Sfatiamo un mito, tanto per cominciare. Che il Sangiovese di Romagna sia un sangiovese di serie B, del resto si sa, il Vigneto Toscana un po’ di spocchia gelosa la deve pur mettere in piazza nei confronti del suo vitigno principe. Ma non è così. E certo: dipende da dove si coltiva, dalle annate, dai cloni, da chi – e come – lo alleva e poi da come si tratta in cantina, e perfino da come lo servi e lo abbini in tavola, tanto per fare gli occhi alle pulci. Ma, detto tutto questo, abbiamo esempi che dimostrano il contrario. Uno, in particolare, quello che abbiamo assaggiato di recente – e comunque non è una novità, intendiamoci, il suo bravo giro ce l’ha già – nella degustazione durante un pranzo alla Trattoria Burde dei fratelli Gori. Luogo ideale per un test del genere, lì i piatti da accostare non mancano di certo.

E infatti, esame superato, e a pieni voti, e non solo dal sangiovese, dal rosso: c’è anche un bianco, tutto particolare pure lui perché fatto con tre declinazioni diverse di trebbiano. E perfino animato da una discussione interessante.

Ma prima lasciamoci andare a qualche racconto. C’è storia, dietro questo sangiovese. Storia recente, di famiglia. Storia meno recente di localizzazione. Storia addirittura antica, di usi e costumi fissati da veri e propri statuti. E dunque, la localizzazione: siamo a Predappio, già, facile che a qualcuno si drizzino i capelli in testa solo a sentirlo nominare, e che di contro a qualcun altro si esalti l’arteria. Tant’è: quella faccenda lì con questa storia c’entra poco. C’entra invece la vicenda di una famiglia. Che parte con un signore, Giuseppe Ricci, il creatore dell’Ultragas con la quale ha costellato l’Italia intera di stabilimenti per la produzione e la vendita delle bombole di Gpl. Prosegue, la storia, con la figlia di Giuseppe, Noelia: stop, questa è pietra miliare perché la cantina che produce il nostro Sangiovese si chiama appunto Noelia Ricci. Fu appunto lei – ecco l’avvio della storia recente – che nel 1980 intuì il potenziale dei terreni della tenuta Pandolfa, nome che sembra legato al “Lupo di Rimini” Sigismondo Pandolfo Malatesta, condottiero e signorotto vissuto di battaglie e razzie nel Quattrocento. L’aveva acquistata, la tenuta, proprio Giuseppe nel 1941: 140 ettari a Predappio, ai piedi dell’Appennino Tosco-Romagnolo. Il vino, per inciso, si faceva in zona già da fine Trecento, gli Statuti di Predappio del 1383 dettano regole e suggerimenti.

Ma ci sono volute la terza e la quarta generazione di famiglia per arrivare al nostro sangiovese e al nostro trebbiano. Bisogna arrivare al 2010 con Paola, figlia di Noelia, e con il nipote, Marco Cirese in tandem con la moglie Alice. Entrambi romani, arrivano e s’innamorano di queste colline tra l’Appennino e l’Adriatico, bella combinazione di suoli e di venti ed escursioni termiche. Nove ettari di vigne per 55mila bottiglie, viti di trent’anni da cloni romagnoli di sangiovese grosso, e in parte anche più piccoli. E l’attenzione che si appunta in particolare su una vigna, la vigna Godenza: è il nome del rosso “top” dell’azienda, che festeggia giusto i 10 anni dalla prima vendemmia, 340 metri sul mare in terreni ricchi di argille e calcare, 1 ettaro, 5mila bottiglie, 45 giorni di macerazione, un anno in vasche di cemento non vetrificato – “valorizza gli aromi del Sangiovese”, spiega Marco – poi un anno in bottiglia e infine il mercato, questo lo stile scelto dopo l’incontro con Paolo Salvi, enologo toscano.

Tre vini, e sulle etichette sempre immagini di animali. La balena per il Bro’, il bianco, perché è stato trovato un fossile a 30 km dai vigneti, ricordo di mari antichi che occupavano quelle zone. La scimmia, perché “è il ritorno alle origini del Sangiovese di Predappio”. Gli insetti, la vitalità della natura.  La vivacità, spiega Marco, del Sangiovese di Romagna, croccante e fruttato, “vini agili, freschi, eleganti, contemporanei, ormai lontani dalla potenza muscolare che era il tratto distintivo degli anni Novanta”.

Si assaggiano tutti, ad accompagnare i piatti della cucina di Paolo Gori. Il bianco con gli antipasti, il baccalà mantecato e i crostini, questo Bro’ che mette insieme trebbiano, trebbiano romagnolo e il trebbiano di Spagna che entra per la prima volta nel 2020, e il sorso è pieno e gustoso (14 euro al pubblico). Poi il Sangiovese, annate 2022 e 2023 con farro e fagioli e poi cacciucco di ceci, affinati al 70% in acciaio a al 30% in cemento per 8 mesi, poi minimo 4 mesi in bottiglia: il 2022 ha un naso di gran frutto, magari un tantino più corto però speziato e piacione, il 2023 con aromi spiccati di frutto nero, bocca larga e profonda e tannino ancora molto vivace, e comunque resta il tratto spiccato della verticalità.

Poi c’è il piatto forte, bistecca alla fiorentina e coniglio porchettato, ed entra in scena il Godenza, che in azienda è venduto a 28 euro al pubblico, non male per un cru di vigna. Marco ne ha portato tre annate: un 2022 con un gran frutto nel naso, sorso pieno dalla vena tannica ancora vivace; un 2021 dal grande naso di frutti scuri e fiori, spezie, sorso asciutto e lungo; infine un 2020 ricchissimo di frutto nero di bosco, dal tannino levigato, sorso profondo e di bella lunghezza.

Vini che si vendono al 60 per cento in Italia, soprattutto nelle grandi città e in regione, mentre il 25% va negli Usa e poi in Europa, ma con un occhio importante anche al Giappone, “e pensare – ricorda Marco – che al Vinitaly del 2015 ancora la Romagna non esisteva sulle carte”. E invece, altro che serie B.

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