Per chi non la conosce, la battuta di “andare a prendere un caffè a Montecarlo”, per molti toscani, vuol dire arrivare in provincia di Lucca a visitare questa bella cittadina della provincia lucchese anche se, ad onor del vero, qualche scatenato in Versilia esiste, pronto a montare in auto per arrivare alla Costa Azzurra! Associare il nome di Montecarlo ai vini porta il consumatore non troppo esperto, ad immaginare uno scenario fatto di champagne e belle donne, legandolo magari ad una vincita al casinò. Ma per gli appassionati di vino, non è possibile sbagliare, individuando nel paese d’ origine medievale, della provincia di Lucca, un luogo particolarmente adatto alla coltivazione della vite. E la scoperta avviene in tempi remoti, testimoniata dall’antico nome del borgo: “Vivinaia”, contrazione dialettale di “Via vinaria”, testimonianza della ricchezza di viti che popolava la collina fin dai tempi dei Romani. Mancano, precise documentazioni storiche, però si può far risalire agli Etruschi l’inizio della coltivazione della vite in loco, proseguita poi con i Liguri, altri abitanti del paese, che già attuavano nei campi i primi rudimenti di viticoltura. Le condizioni climatiche del territorio sono particolarmente favorevoli: buoni terreni e clima mite, dovuto alle barriere di monti che proteggono la zona dai venti, provenienti dal mare. La piovosità è circa il doppio di quella di Montalcino, tanto per fare un esempio, il che spiega perché siano stati i vini bianchi ad eccellere.  Nel corso dei secoli le più importanti famiglie patrizie toscane acquisirono possedimenti in zona ed anche gli ordini religiosi la scelsero per edificare monasteri, favorendo così la nascita della viticoltura. L’industria del vino era molto fiorente già all’epoca dei Comuni, e negli anni a seguire, il vino di Montecarlo fu conosciuto ed apprezzato anche al di fuori dei confini locali. La fama raggiunta proseguì nel corso dei secoli, ma bisogna arrivare quasi alla fine del XIX secolo perché il vino di Montecarlo cambiasse radicalmente. Giulio Magnani, proprietario di una fattoria decise di andare in Francia per migliorare le sue conoscenze enologiche. Oltre a studiare viticoltura preferì applicare direttamente le tecniche di vinificazione adottate dai francesi, andando a lavorare. Fattosi assumere come operaio in un’azienda, trovò nello Chablis alcuni vitigni, all’epoca quasi del tutto sconosciuti in Italia, che lo colpirono per la loro potenzialità, soprattutto a livello aromatico, intuendo che l’abbinamento di essi con il Trebbiano e il Sangiovese potesse aumentare la qualità del vino della  sua terra. Tornò quindi in patria portando con barbatelle di tutte le varietà possibili come il Pinot bianco, il Roussanne, il Sauvignon e il Semillon per quanto riguarda le uve a bacca bianca e il Cabernet e il Merlot per quelle a bacca rossa. Una volta impiantate e fatte le prime vendemmie, gli altri produttori rimasero così ben impressionati dai risultati raggiunti da copiare quanto fatto dal Magnani, avviando così una rivoluzione completa di quella che era la realtà del vino di Montecarlo. Un’operazione lungimirante, se si pensa che è occorso quasi un secolo prima che anche le altre zone vinicole toscane si accorgessero delle potenzialità racchiuse nei vitigni provenienti d’Oltralpe. Il futuro della zona è da considerare positivamente poiché è già stato dimostrato che  il prodotto locale non sia adatto unicamente per un consumo quotidiano.  Ora si tratta solo di credere nelle potenzialità di un bianco che, a vedere l’andamento del mercato, viene sempre più accettato positivamente

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