Dalla due giorni a Casteggio, in occasione della manifestazione Oltrepò Pavese Terra di Pinot Nero, giunta alla sua terza edizione, mi porto a casa bei ricordi e alcuni aspetti su cui riflettere.

Terra di pinot nero, ma perché non è tra le prime a balzare alla mente quando si parla di pinot nero italiano e di spumanti?

Nonostante che l’Oltrepò sia il terzo distretto mondiale per estensione in cui si coltiva questo vitigno, dopo Champagne e Borgogna, e nonostante sia a tutti gli effetti il distretto viticolo storico del pinot nero italiano, la sua fama non è ancora consolidata. Eppure si ragiona di pinot nero già presente nel 1500 e, a metà dell’Ottocento, è qui che grazie alla collaborazione tra il Conte Giorgi di Vistarino  ed i Fratelli Gancia, nasce quello che allora veniva chiamato lo “Champagne italiano”, ovvero il primo pinot nero metodo classico italiano.

E’ certo che si tratta di un distretto viticolo che presenta tante tipicità, e su cui insistono oltre alla Doc Oltrepò Pavese, numerose altre più specifiche, dalla bonarda al sangue di giuda, al buttafuoco al riesling, fino al pinot nero DOC e DOCG in versione Metodo Classico. E se la diversità da un lato è cosa buona, dall’altro può ostacolare la definizione di un territorio legato a una singola vocazione. Pertanto si sta spingendo, tra tutti i vitigni, proprio sul pinot nero, scelta più che ovvia. Un altro aspetto che sorprende è che, benché sul territorio insistano anche aziende di lunga data, manca qualcuno a far da traino, o anche semplicemente un vino di cui si parla o attenzionato dalla critica o dai consumatori e si sa, la fama di uno porta, spesso porta luce e attenzione all’intero territorio.

La questione del Cruasé

Era il 2009 quando il Consorzio lanciò sul mercato il metodo classico Cruasé (derivante dall’unione delle parole cru e rosé), che avrebbe dovuto essere portabandiera della produzione spumantistica dell’Oltrepò. Puntando proprio sulla specificità del pinot nero per distinguersi dagli altri terroir spumantistici italiani ciascuno con la propria esclusività: dal saten in Franciacorta agli spumanti di montagna del Trentodoc. Un’idea avanti per i tempi, il lancio di un rosé quando nessuno si filava questo colore nei vini. Bel coraggio. Fatto sta che ad oggi a produrre cruasé sono rimasti in pochi. Della produzione attuale di metodo classico DOCG, stimata in 560.000 bottiglie (in crescita del 20% rispetto al 2022), solo 60.000 sono di cruasé. Si avverte stanchezza e disillusione tra i produttori sulle potenzialità di questo prodotto. E all’assaggio sono risultati i prodotti che mi hanno convinto di meno. Con le dovute eccezioni, come il Cruasé 2020 di Bruno Verdi, dall’attacco scattante e salino e il Cruasé Julillae Brut 2011 DT (sboccatura tardiva 2022) de La Travaglina, che con i suoi 130 mesi sui lieviti ha cremosità, ma conserva ancora cenni di frutta rossa e l’inevitabile aroma di pasticceria secca.

Bollicine buone a un prezzo irresistibile

Ecco spiegato il perché si, ecco cosa fa dell’Oltrepò Pavese un territorio che vale la pena conoscere e seguire. In Oltrepò si compra bene. Anche i metodo classico con affinamenti lunghi escono a prezzi impensabili per le altre zone spumantistiche.

Tanto per fare degli esempi, Calatroni Pinot Nero Cuvée Rosé Pas Dosé 2016, con i suoi oltre 70 mesi di affinamento sui lieviti si trova in enoteca a 30 euro. Rosa pallido antico, profuma di mandarino e agrumi, l’ingresso in bocca è ancora scattante e chiude con una pronunciata scia salina. Ca del Gé Pinot Nero Pas Dosé 2017 con i suoi 48 mesi sui lieviti è credo il prodotto che mi ha colpito più di tutti. Dorato brillante alla vista, ha un naso fine e vegetale, con cenni minerali, sorso di spessore  e appagante, esce in enoteca a 24 euro, ripeto 24!  Stesso discorso per il Cruasé Brut 2018 di Tenuta Mazzolino, rosa appena accennato, vinoso al naso e dalla beva scorrevole, 48 mesi sui lieviti a 27 euro a scaffale.

Insomma prodotti che come prezzo HO.RE.CA stanno sui 12-15 euro. Prodotti perfetti da lavorare anche al bicchiere.

La Top List

Non c’è articolo senza classifica, ho ceduto anche io al dilagare delle top list! E nella mia lista dei vini al ristorante o a scaffale metterei senza dubbio gli Oltrepò Pavese Metodo Classico DOCG di

Ca del Gé, ben fatti, golosi e della beva irresistibile.

Bruno Verdi: prodotti precisi, salini, vivaci e penetranti

 

 

 

 

 

 

Calatroni: Norema Extra Brut 2020, rosato di sgrondo (senza macerazione), conserva bellissime note di frutta rossa e tanta articolazione al naso; Riva Rinetti Pas Dosé 2018, da vigneto a 400 metri, l’altitudine fa il suo bel lavoro su bouquet fine e acidità spiccata

Conte Vistarino: Pinot Nero MC “1865” Dosaggio Zero: 60 mesi sui lieviti, ricco e complesso dalla vena mentolata in chiusura. Conte Vistarino Bertone 2018 DOC, un ottimo pinot nero rubino, dalle trasparenze brillanti che già ammaliano alla vista

Alessio Brandolini: bollicine dallo stile ossidativo, per quelli che amano il genere. Mi è piaciuto Luogo d’Agosto Extra Brut 2019, per la forte nota iodata al naso e la bella albicocca matura e scorza d’arancia lunga in chiusura

Tenuta Mazzolino: Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese Doc Noir 2019. Macerazione prefermentativa in acciaio, seguita da maturazione in pièce borgognotte per circa un anno; il risultato è un vino scandito dal frutto, con tannino di bella fattura, sorso raffinato dal chiaro stile borgognone.

Tenuta Travaglino: Vincenzo Comi – Riserva del Fondatore 2016 Extra Brut assaggiato da magnum, dorato e dal perlage finissimo, dal sorso cremoso, ampio e persistente; Pinot Nero DOC Riserva Poggio della Buttinera 2019, giovanissimo, ricco e intenso, con una lunga carriera davanti a sé

Prime Alture: Io per te Brut, pinot nero in purezza, con i suoi 40 mesi sui lieviti, ha struttura quanto basta per essere un ottimo compagno a tavola, ma ha tale leggerezza che di sorso che da bella soddisfazione anche come aperitivo, che è la versione in cui l ho assaggiato io.

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