In Italia, si sa, non abbiamo mezze misure: o si ama o si odia, quello che ieri era sugli altari, una volta nella polvere non trova più un fan. Accade in tutti i settori e non poteva mancare in quello del vino: oggi ci si deve riempire la bocca di “terroir” e “Territorio”, di vitigni autoctoni, di franchezza e magari anche di rusticità, altrimenti non siamo al passo con i tempi, mentre si può sparare addosso senza pietà sui vitigni che, vengono definiti “alloctoni” perché vengono da fuori. Prendiamo, tanto per fare un esempio, i tannini, presenti nei vini: se sono fini, cioè non disturbano mentre sono in bocca, non tutti li apprezzano, vogliono sentire quella botta di astringenza nelle gengive che li fa contenti. Considerando poi che, spesso, ritengono che la “cremosità” del tannino solo dovuta ai vitigni stranieri, ecco che per essere al passo con i tempi, meglio avere quel gusto puntuto..Mi considero un laico degustatore, non assaggio con preconcetti,non demonizzo a prescindere, ma questa moda di infamare ottimi prodotti italiani solo perché non hanno una goccia di uva locale, mi perplime. In generale, siamo bravi ad essere autodistruttivi in tutti i campi, e nel mondo del vino non ci tiriamo indietro. l consiglio è quello, come al solito, di degustare senza farsi condizionare dalla etichetta, ma nemmeno dai fideisti che tendono a trovare la verità in una sola tipologia di  vino..ricercate, gente, ricercate!

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7 Commenti

  1. la mia critica verso l’internazionalismo in vigna e cantina è di lunghissima data, non ideologica ma basata su concretissimi argomenti di ordine commerciale e di intelligenza strategica sul lungo periodo.
    ovviamente inascoltato, già trentanni fa scrivevo che sul mercato globale l’Italia avrebbe avuto spazio solo con le sue identità ed eccezioni, giammai con prodotti che avrebbero dovuto competere solo sul fronte dei prezzi.
    Troppo facile ora dire che avevo ragione, ma purtroppo è così.
    e vale anche per gli chardonnay, mica solo per i vitigni di Bordeaux

  2. Mi sembra che ci sia una generalizzazione…io credo che non sia molto appropriato definire come “alloctono” o “internazionale” un vitigno come ad esempio il cabernet sauvignon che è nell’uvaggio del Carmignano dal 1600…ed anche il Merlot è radicato nell’enologia del Triveneto da centinaia di anni. E quanti vitigni possono essere davvero considerati “ariani”? Io penso piuttosto che le dinamiche dei mercati internazioni hanno purtroppo imposto l’esigenza della immediata riconoscibilità di un vino, a partire dal nome del vitigno. Ma questo non succede per esempio anche ai prodotti gastronomici italiani nel mondo?

  3. sono completamente d’accordo……..soldera, pergole torte, poggio di sotto, biondi santi,ormanni,villa rosa,rodano, ecc..ecc……..mamma mia che ciofeche tanniche e astringenti vuoi mettere con un bel coevo…;-)

  4. @michele
    Il problema è che si può scherzare e sono il primo a farlo, figurati, ma inutile citare i soliti noti dove, fra l’altro, ci sono vini ottimi ed altri assolutamente poco piacevoli a mio avviso. La differenza è che io assaggio tutto senza farmi pregiudizi a prescindere, altri no, se non c’è il marchio di fabbrica autoctono nemmeno lo versano nel bicchiere..

  5. su questo hai perfettamente ragione…io credo che nella nostra amatissima toscana….il sangiovese non cresca bene ovunque…….quindi e’ sacrosanto dal punto di vista aziendale mettere a reddito parcelle che altrimenti resterebbero incolte…..con altre varieta’ piu’ facili tipo il merlot …..e cercare di fare un vino il piu’ decoroso possibile…..ma da qui se si parla a livello assoluto tra il miglior sangiovese toscano e il miglior merlot toscano io scelgo tutta la vita il primo……perche’ e’ indubbio che il sangiovese interpreta e trasmette il territorio come pochi altri vitigni(nebbiolo,nerello,pinot)………quando sento dire che in chianti ci sono merlot che non sembrano merlot mi scappa da ridere……..

  6. E che avreste da fare voi giornalisti se non ci fossero sempre queste vivaci discussioni sul vino? 🙂
    Scherzi a parte, sono abbastanza d’accordo con te anche se un rappel à l’ordre era necessario, ma si sa, da una rivoluzione si passa ad un colpo di stato, il sensazionalismo è la parola d’ordine in ogni settore altrimenti come ci si fa notare?
    I migliori propositi sono spesso sciupati dalla mancanza di obbiettività e moderazione.
    Comunque, ripeto, l’importante è parlarne…