Era nervoso come sempre si può essere dopo aver trascorso un anno all’estero e poi si deve fare ritorno a casa. Gli era successo quando era andato via a 18 anni per staccarsi da casa, un’esperienza come militare volontario nell’esercito, dalla quale ne era uscito con un carico di autostima pauroso, per essere riuscito a sopravvivere in un ambiente che non gli apparteneva. La stessa cosa gli era poi accaduta quando tornava da un Erasmus fatto in Spagna, a Siviglia, un anno  che lo aveva segnato in positivo come stile di vita ed abitudini. Ora doveva tornare dal Giappone, un tempo vissuto pericolosamente, nell’apprendere la lingua, capire le abitudini e fare un lavoro anomalo: distillare whisky e produrre birra, due lavori che non tutti si aspettavano potesse intraprendere, dopo gli studi in filosofia e soprattutto nel paese del Sol Levante . Stava finendo di preparare la valigia, da un lato con sollievo, poiché la voglia di sole, di ritmi anomali, di profumi ed odori più consueti era tornata imperiosa. E più che altro era forte la voglia di rivedere lei, che era andata spesso a trovarlo, era solo un mese di distacco d’altronde, ma era il momento di vederla in una situazione normale e non eccezionale. Facile incontrarsi quando la città è straniera, quando ogni attività è nuova, quando ogni cibo è una scoperta, è un sorreggersi a vicenda con entusiasmo. Curioso di capire come sarebbe scorso un tran tran, fatto di orari consueti: aveva accettato un lavoro di ricerca in una biblioteca, i ritmi sarebbero stati a suo piacimento, ma certo non avrebbe lavorato di notte, la domenica, o lasciando una cena per correre a capire cosa stava succedendo ad una cotta di birra. Chiuse la terza valigia con un misto di felicità e ansia, quindi si diresse all’aeroporto in taxi, osservando una città in pieno movimento. Ingannò l’attesa ascoltando musica, di quelle sa Beauty farm, rilassante, facile, non impegnativa, voleva tenere la mente sgombra. Lungo tutto il viaggio non mangiò niente, aveva voglia di provare la fame necessaria per mangiare appena sbarcato, senza che il jet lag potesse danneggiarlo, voleva tornare a sentire profumi che lo emozionassero, e soprattutto voleva mangiare con lei. Aveva preparato una sorpresa, un viaggio a Creta, nell’isola che avrebbero voluto visitare da tempo, una settimana per staccare e ritemprarsi, per ritrovare i ritmi prima di affrontare un anno nuovo. All’arrivo, appena passata la dogana, dette uno sguardo forse sperando di vederla ma scacciò subito dalla testa il pensiero, sarà stata a lavorare e non poteva staccare. Taxi, treno, taxi, intanto un messaggio per avvertire del suo arrivo. A casa , il piacere di vedere le cose a posto, sua sorella si era occupata di fargli trovare un po’ di ordine. Lei lo aveva salutato, per telefono, con una voce indubbiamente calda ma non entusiasta, non riusciva a capire bene. Si mise a disfare le valigie con calma, aveva tutto il pomeriggio, la sera era a cena a casa di lei, non era certo pressato, sarebbero partiti tra quattro giorni,insomma tutto era sotto controllo. Scherzando le aveva chiesto di non preparare sushi e sapeva che qualcosa di giapponese gli sarebbe capitato comunque, lei amava prenderlo in giro. Preparò i biglietti, si vestì a modo e prese la macchina: certo guidare in città lo colpì alquanto ma ci fece l’abitudine in un attimo. Suonò il campanello, in una mano la bottiglia, nell’altro i biglietti, e lei che gli aprì la porta: un saluto veloce, un bacio sulla guancia,un sorriso aperto. Si accomodarono in salotto, lui vide una tavola apparecchiata in maniera essenziale, le buste della gastronomia sul tavolo, nessuna pentola sul fornello.L’aperitivo sembrava quello di lavoro, parlavano a distanza e lui viveva uno strano senso di straniamento. Non durò a lungo, si alzò, la salutò lasciandola basita ma i biglietti per l’isola se li era tenuti. Aspettò di uscire per strapparli in mille pezzi e iniziò a camminare. Acqua e aria fresca era quello di cui aveva bisogno.

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