Una volta la pioggia aveva su di lei un effetto deprimente: una giornata iniziata con un il cielo gonfio di nuvole e l’acqua che iniziava a ticchettare sui vetri della finestra l’avrebbe invitata a rimanere a dormire. Vedeva grigio non solo fuori ma dentro di se: complici forse alcuni fatti della propria vita,  accaduti durante temporali epocali. Ora invece aveva un atteggiamento più conciliante, meno estremo, riusciva a riappropriarsi del tempo che sarebbe altrimenti scorso via senza senso. Ancora in camicia da notte, si metteva su la macchinetta del caffè e tirava fuori l’asse da stiro: era riuscita anche a farsi piacere lo stirare, meglio ogni giorno tre cose che un pomeriggio perso a fare la piega perfetta ai pantaloni o cercando la perfezione nella maglietta. Aveva deciso di godere delle piccole cose, ogni gesto aveva un senso e quindi non se ne voleva perdere alcuno: e poi lo stirare le lasciava il tempo di pensare. Osservava la finestra con l’orchidea, poi si fermava un attimo per bere la tazza di caffè, in piedi appoggiata alla parete. Rideva quando pensava a cosa avesse provocato il suo essere china a stirare quando in casa gravitava lui: era un sesso improvviso, divertente, intenso, con lei che si divertiva a provocare e lui che non si tirava indietro. Quel mattino si era preparata anche dei biscotti estremamente burrosi, che amava consumare con marmellata di arance. E lì metteva la seconda macchinetta di caffè. Fuori il tempo era cambiato, era diventato scuro, il temporale si apprestava a cominciare. Guardò l’orologio e pensò che il tempo di fare una sana pazzia se lo potesse dedicare tutto. Doveva in qualche modo sdrammatizzare il ricordo di quella volta che si trovò a camminare di notte in una città straniera, distrutta dal dolore, bagnata fradicia, con solamente la voglia di annullarsi. Tirò fuori il vestitino corto a fiori, le scarpe con il tacco, le autoreggenti. SI guardò allo specchio, il vestito era abbastanza scuro, quindi poteva osare: prese il cappellino, un cappotto nero, niente ombrello e via per le strade che avevano i marciapiedi già ricolmi d’acqua. Camminò dieci minuti con il cappotto aperto,  ridendo stavolta, rallegrandosi di quel vestito che si appiccicava al corpo, scorgendo sguardi stupiti e curiosi. Iniziò a respirare forte, il viso sereno, non sentiva il freddo che la pioggia le provocava. SI tolse il cappello per farsi bagnare completamente i capelli e poi  guadagnò, esausta ma felice, il portone di casa. Un’altra fantasia le fece capolino quando chiuse il portone e sentì un rumore nell’androne: solo un attimo, riprese le scale, e poi via in casa. SI spogliò ancora in corridoio, per poi finire sotto la doccia calda: pensò che a quel punto si sarebbe fatta convincere a bere anche un tè..con del cognac però!

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