La cantina nella Cava della Tenuta Meraviglia

C’era una volta una cava, nemmeno di quelle “nobili”, tipo marmo di Carrara o pietra serena di Firenzuola. No, una cava di materiale inerte, la Cava di Cariola utilizzata per estrarre materiale inerte, massicciata da superstrade, nel caso la nuova Aurelia a quattro corsie, in zona Bolgheri, più propriamente a Donoratico.

Ora c’è una cantina. Niente archistar, per carità, la firma, del tutto tecnica, è quella di Bernardo Tori e del suo studio fiorentino, che all’attivo ha comunque oggetti come le cantine di Tignanello per Antinori e, ancora a Bolgheri, il Castello e Tenuta Argentiera . Ma le suggestioni sono tante, addirittura un affaccio lungo le scale che portano dalla bottaia al piano alto delle splendide terrazze con affaccio su colline, pinete, leccete, vigne, e laggiù il mare, ed è il piano di conferimento dell’uva che non subirà alcuno stress per scendere a riposare nelle grandi botti di rovere o nei mega tulip in cemento, quell’affaccio, dicevo, ti fa trasalire: un istante, come un flash improvviso, ti riporta alla mente il sasso di San Francesco alla Verna.

Suggestioni. Meraviglia. Perché “la meraviglia è un esercizio di trasformazione”, cita addirittura il “Teeteto” di Platone, uno che nel vino ci naviga come Filippo Bartolotta, nell’introdurre la cerimonia di taglio del nastro di quella cantina. Non a caso, è la Tenuta Meraviglia, e non a caso si assiste a un “esercizio di trasformazione” che ha tutti i crismi della meraviglia. A cominciare dall’uomo che lo riassume.

Lui è Alejandro Pedro Bulgheroni, 81 anni, argentino di lontane origini lombarde, patrimonio personale di 2 miliardi di dollari, re del petrolio in tutto il continente americano, signore del vino per possedere in giro per il mondo un vigneto complessivo da 1.100 ettari in 14 cantine, dall’Europa agli States, dal Sudamerica all’Australia. E sbarcato in Italia una quindicina di anni fa “perché – racconta anche un tantino commosso – volevo tornare nella terra della mia famiglia” con l’acquisto di Dievole, azienda-gioiellino nel Chianti Classico, a cui si sono aggiunte con il tempo il raddoppio lì a Vagliagli con Le Due Arbie, Montalcino con Podere Brizio e Poggio Landi, quindi appunto Bolgheri: la Tenuta Le Colonne, e quindi la Tenuta Meraviglia.  Con la nuova cantina, a un chilometro e mezzo tra i boschi a ridosso dell’Aurelia, a far vino per entrambe.

L’edificio – un video prima del taglio del nastro mostra le diverse fasi, a partire dal progetto se non addirittura dall’idea – costato più o meno 23 milioni di euro copre una superficie di 7mila metri quadrati, ottenuti con lo spostamento di 30mila metri cubi di pietra, risponde, come già accennato, a tutti i crismi e dettami dell’edilizia sostenibile, dall’uso dei materiali reperiti nel raggio di pochi chilometri (interessante sebbene non originale l’uso del corten per le rifiniture) al progetto “dark sky” per ridurre l’inquinamento luminoso fino al trattamento dell’uva. La visita alla cantina regala belle immagini e suscita suggestioni, in particolare nella bottaia in penombra addossata alla roccia da cui la dividono grandi vetrate, e le pareti del cosiddetto “archivio”, collezione delle bottiglie per ogni annata di tutti i vini.

Qui si vinifica per i 100 ettari delle due tenute bolgheresi, dove si lavora su suoli antichi, 4 milioni di anni, come mostrano gli “spaccato” rivelati da tre grandi cilindri in vetro all’ingresso: la capacità produttiva è di 11mila ettolitri fra le grandi botti di rovere, le vasche di acciaio e i “tulip” in cemento, per mettere sul mercato 500mila bottiglie. Con l’etichetta Tenuta Meraviglia escono solo un vermentino, il Botro dei Fichi, da due ettari e mezzo di vigne di settant’anni, e due cabernet franc, vitigno che copre da solo 34 ettari di vigna, la più grande estensione a cabernet franc di tutta Bolgheri: il Vigna Pianali e il Maestro di Cava, due Bolgheri Superiore. Con l’etichetta Tenuta Le Colonne, invece, un Bolgheri superiore, un Bolgheri doc, due Igt (un vermentino bianco e un rosso) e un rosato di syrah e merlot. Due vigneti reimpiantati portano comunque il potenziale produttivo a 700mila bottiglie.

Senza troppi orpelli, ma sicuramente con momenti di densa emozione per i protagonisti, la cerimonia di inaugurazione a cui, tra tanti ospiti illustri, ha presenziato anche l’ex premier spagnolo José Marìa Aznar, grande amico del proprietario. Sul palco il figlio Alejandro jr introduce il padre ricordandone le due grandi passioni, il lavoro e la famiglia. Poi, microfono al Grande Capo.

Un ricordo delle origini lombarde della famiglia per sottolineare la felicità e la fortuna del ritorno con lo sbarco in Toscana, a Dievole, la forte appartenenza al territorio dei suoi prodotti, vini di grande identità e di alta qualità già premiati da importanti riconoscimenti.

Quindi, tutti a pranzo nella bottaia della cantina, tre portate firmate Galateo Ricevimenti: cappellacci ripieni di pappa al pomodoro con fonduta di pecorino bagnati dal vermentino Botro dei Fichi, annata 2023, sorprendente per verticalità, salinità, mineralità, lontano anni luce dai troppi vermentini “sauvignonati” che abbondano sulla costa toscana (e che magari, ahimé, vanno tanto di moda proprio per quello…); poi carré di vitello con crema di patate e bietola saltata al limone, piatto semplice e proprio per questo ben affiancato dall’eleganza del Bolgheri rosso Doc 20212; infine un parfait al vinsanto con scaglie di biscotti di Prato. Per tutti un ricordo, con il menu: la cantina effigiata nella stampa di una litografia di Paquito Forster, l’artista dei Cabrei. Quando si dice voglia di toscanità.

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