Era sudato all’inverosimile, lo stesso odore che emanava da se stesso gli creava repulsione e disgusto, ma l’aria condizionata che in auto si era rotta aveva causato un corto circuito mentale e fisico. Si mise a sedere sul seggiolino tenendo lo sportello aperto, sperando in un po’ di frescura che non arrivava, ma lo stato nel quale si trovava gli impediva di mettere in moto, e la temperatura tropicale gli stava dando visioni strane e cominciò così a riflettere. Non doveva andare a trovare Fabrizio, l’amico caro che però aveva un modo di vivere sudamericano. Lo aveva accolto in casa, senza aria condizionata, vestito con una camicia a mezze maniche, da lui odiate da sempre, calzoni corti, altro capo di abbigliamento da lui considerato osceno e i sandali Birkenstock con calzini bianchi abbinati. Se continuava a frequentarlo e a perdonare il suo stile di vita  era solo per la sua innata talentuosità nel cucinare e scegliere bottiglie di vino adeguate,  oltre ad una capacità di eloquio forbito, elegante, profondo, culturalmente ampio,  che lo affascinava. Poi amava le pale dei ventilatori e quindi mangiare da lui si trasformava in una tortura crudele e sottile, con le stesse che modulavano la velocità a seconda del caldo e caratterizzavano così anche i discorsi tra di loro.

spezzatino

 

 

 

 

 

 

 

Fabrizio iniziava parlando dei fatti del giorno, commentava i fatti di cronaca, le dichiarazioni dei politici e lui lo guardava trasognato con la sua camicia a scacchi aperta e sotto una canottiera oscena. Però aveva in fresco, ovvero nel ghiaccio, una bottiglia di Sherry, un tranquillo Pedro Ximenez, fresca al punto giusto, anzi gelata, accompagnata da olive ripiene di acciughe e peperoni, mandorle salate e semi di zucca. Erano l’aperitivo letale, quello che ti convinceva a restare, con l’alcol che non sentivi che montava e gli stuzzichini salati che ti obbligavano a bere di continuo:entravano a tavola con la prima bottiglia già finita. Il ritrovo era dovuto ad un semplice scambio di opinioni, idee, affetti: amici anche profondi che si erano decisi a calendarizzare il vedersi, altrimenti sarebbero passati mesi invece così almeno una volta ogni trenta giorni, la tavola riusciva ad unirli. Era troppo bello sentire raccontare il mese passato da Fabrizio con scrittori, artisti, filosofi, e poi ancora registi, un mondo stimolante ed appassionante, al quale lui contrapponeva i manager dell’industria che magari finanziavano tali personaggi, ma il vero motivo  per il quale si trovavano uniti era il cibo e il vino. Avevano voglia di sperimentare e capire quello che trovavano altrove, essendo entrambi viaggiatori seriali, solo che spesso andavano a preparare piatti che poco avevano a che spartire con la stagione. O, meglio,lui ci stava attento e Fabrizio no:il pranzo era composto rigorosamente da tre portate, che in questo caso erano composte da: cotechino di maiale accompagnato da puré di patate di solo burro e crauti.Una zuppa di peperoni e patate con zucchine, cotenne di maiale, crosta di parmigiano e malfatti di pasta fatta con farina ed acqua ed uno stufato di pecora, davvero pesante,contornato da uno sformato di zucchine.

Tramonto

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul dolce preferivano soprassedere, e Fabrizio tirava fuori così una forma di formaggio che serviva a terminare il vino.Il rosso servito fresco aveva il terribile merito di diventare bevibile all’istante. Tutti i pensieri scorrevano in testa per capire come avrebbe affrontato un viaggio pesante, controtendenza rispetto alla fiumana di turisti diretti al mare,ma capì che non sarebbe stato possibile. La potenza del piacere del vino e del cibo lo aveva sopraffatto e per quel giorno avrebbe abbandonato ogni speranza di poter fare qualcosa. Ebbro, contento, disturbato e felice si abbandonò sul sedile sapendo che sarebbe stata durissima ripartire dopo il risveglio, ma non poteva fare altrimenti .

 

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