Se si parla d burocrazia, uno degli esempi più lampanti di questo termine è l’esame di maturità. Non so quante firme, insieme ai mie colleghi della Commissione, ho dovuto apporre su schede, fogli, faldoni e chi più ne ha più ne metta: l’attenzione è stata massima perché in caso di ricorsi, basta la mancanza di una firma per poter invalidare l’esame e doverlo rifare da capo. Se poi l’allievo si dimostri bravo o meno, non è affare che riguardi i burocrati di Stato. A volte mi chiedo: se questo è il messaggio che i nostri ragazzi respirano fin dalla scuola, come è possibile che poi uno si trasformi completamente diventando un estroso imprenditore? Con questa logica, si vedono studenti usciti dalla scuola alberghiera in cerca di un posto come cuoco alle mense pubbliche, approdo di chi, solitamente, mette su famiglia e cerca una vita più tranquilla. Il consiglio unico che fornisco, anche senza essere richiesto, a chi ha finito la scuola è quello di scappare via dall’Italia: a 19 anni, un’esperienza in Francia, Inghilterra, Stati Uniti è senz’altro più utile e formativa. Sconsolato?Direi piuttosto realista!

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2 Commenti

  1. Romanelli ma dove trovi il tempo per fare anche il commissario d’esame?
    Prendi integratori che noi lettori non conosciamo? 🙂

  2. Se la questione è generale si può accettare la conclusione che oggi sia difficile per tutti.
    Ma, in un paese come l’Italia dove il settore turistico ed enograsonomico dovrebbe essere un fiore all’occhiello, la soluzione individuale prospettata, non è la risposta. O meglio: è una risposta se il viaggiare mi dovesse consentire di capire come arrivare a propormi ad altre culture e popoli.
    Non lo è se deve essere la ciambella di salvataggio; se per imparare a cucinare o gestire un ristorante o una pensione, o piuttosto un albergo, ovvero entrare nello staff dirigenziale di qualche catena, o grande “stellato” l’unica soluzione sia l’estero.
    Ciò posto, avevo provato a sollevare il problema in altre sedi e su altro blog, approciando il tema da identità golose, evidenziando che non è rimandabile l’esigenza di dare maggiore regolamentazione ai comparti, sì da tutelare gli operatori (e soprattutto le competenze ed esperienze, fatte a scuola e università, con adeguati master e stage) e tutelare il consumatore (nelle sue aspettative).
    Credo sia l’unico modo per evitare il problema rale del settore: ossia il continuo vilipendio alla professione dato dal florilegio di inziaitive (tipo bar, bistrot, cantine, enobar, wine-bar, pizzerie, locande, trattorie, pensioni, pusterle, bettole, pergole, ristoranti, ristobar, paninoteche, piadinerie, cotoletterie, pub, birrerie, sushibar, kebab, b&b, grillhouse, happy-happy etc.); inziative spesso avviate senza le adeguate competenze; basate sul giro delle conoscenze; delle facili licenze.
    Tutto ciò ha creato evidenti cortocircuiti e confusione nel giudizio, alterando la concorrenza, i prezzi, la morfologia del mercato, con l’effetto di parcellizzare eccessivamente la domanda, magari anche in maniera parassitaria (ossia facendo leva sull’avviamento di altri esercizi affermati). E ciò a scapito della qualità dell’offerta (che ancora rimane nell’eccellenza).
    Ed ancora mi dà pena il fatto che non ci sia sinergia; non si pensi in prospettiva, ma si continui a credere che l’occasione per un soggiorno, un pasto, un museo o un mezzo di trasporto, nel giudizio di un turista, siano variabili scindibili dalla considerazione complessiva che si ha del territorio.
    Al contrario, le competenze vanno combinate, compenetrate, non separate.
    Forse è questo che manca.
    E la crisi ha acuito questa esigenza.
    Più aumenta la povertà e più il denaro acquista valore e, di conseguenza, maggiori sono le aspettative all’acquisto. Ecco, questo è il punto: tenere
    fede alle aspettative, secondo la domanda reale, evitando di sedersi sugli allori di Piazza della Signoria, del Mar Tirreno, de Fori Romani o delle Calli di Venezia.
    Nelle province, come nelle zone più sperdute italiane, spesse volte è lasciato un solo colpo; una sola occasione per farsi conoscere (non come i grandi centri, ripetutamente visitati dal turismo di massa. Che poi, anche questa è una parziale verità. Infatti, a pensarci, un americano o un giapponese quante altre occasioni avranno di tornare in Italia?).
    Per cui se in quell’occasione la risposta sarà positiva e tutto fila per il verso giusto ne trarrà beneficio il territorio. Ma, se, diversamente, le cose dovessero andare male, l’intera comunità rischia di pagare molto di più di quello che ne avrebbe dai meriti del singolo. Sono convnto che un buon pasto e un albergo siano occasioni centrali nel viaggio, figuriamoci in una serata tra amici.
    La scuola alberghiera, per la varietà di materia insegnate dovrebbe proprio cercare l’effetto sinergico.

    Per questi motivi ho accusato ed accuso anche il ruolo del critico che spesso si è arrogato il compito di recitare la parte dell’avvocato del vino o il paladino del mestolo.
    Ebbene, queste soluzioni sono evidentemente dei palliativi. Un critico, per quanto si sforzi, non potrà mai avere tutto questo potere. Ed attribuirglielo sarebbe ancor più pericoloso.

    Ovviamente in quella sede (nel blog) la reazione è stata piccata…anche perchè la discussione è svoltata sull’eccessiva centralità della critica ed a dindividuare i motivi che portano le persone a sedersi ad un ristorante (analisi fattibile quanto togliere l’acqua dal mare con il secchio).
    Io però continuo a restare della mia idea: chi fa, per professione, critica “eno” e “gastro” – nomica in un settore privo di quei paletti istitutizonali in grado di catalogare le competenze da un lato; e di orientare le decisioni, dall’altro, della “giungla” è parte se non sarà abbastanza accorto nell’allontanare da sè la sensazione di “eccessiva” volubilità alle lusinghe ed all’adulazione dei gestori (magari cominciando dall’espungere dai testi una buona parte di aggettivi che definirei calorici, del tipo, “formidabile”, “incredibile”, “eccezionale” etc., e difendo a denti stretti l’anonimato, per es., Visentin del Corriere sarà antipatico ma il suo anonimato gli rende merito agli occhi di noi lettori); oppure se, come nel caso in questione, l’effetto è quello di rendere ulteriormente arduo l’ingresso ai neofiti, togliendo loro anche le speranze.
    Andiamo Professore non tutto è perduto, non tolga anche la speranza.
    Che poi perchè se la scuola non è di qualità i ragazzi dovrebbero essere “arruolati” all’estero. Non è questo forse un paradosso ?