“Ci si può trovare anche soli a Pasqua, e non è che la cosa mi dispiaccia” aveva scritto alla sua amica su Whatssapp, preoccupata del fatto che fosse l’unica rimasta in città. Sembra proprio che il sabato prima della festa potesse ispirare  tutte le persone ad essere più buone, quasi avessero letto Leopardi, pensò tra se. E comunque era vero che lo stare da sola non la disturbava più di tanto, sarebbe stato peggio a Natale;  non che amasse troppo le riunioni familiari a comando: i genitori li andava a trovare spesso, ed ora che erano riusciti a partire per una lunga vacanza in Spagna era contenta per loro. Il fratello stava cercando di scordare la sua storia finita di recente andando al mare con gli amici e lei si trovava nel perfetto stato di singletudine a lungo ricercato. I viaggi li amava fare fuori stagione, quasi sempre in solitaria, quando le persone che poteva incontrare erano interessanti e diverse dal normale. Quell’anno aveva deciso di intraprendere un percorso a lei sconosciuto: andare a seguire le cerimonie in Chiesa, a scoprire un mondo con il quale aveva camminato a fianco senza mai scoprirlo. In macchina su per le colline, era arrivata nella pieve dove si radunava una varia umanità attorno ad un prete sui generis e si era immersa in un’atmosfera mistica ma non fanatica. Due ore passate a seguire la lavanda dei piedi, con uomini scelti come apostoli che sembravano scelti da un casting per quanto erano variegati. Poi la cena con il prete, che si aspettava frugale e semplice, ma che invece si rivelò conviviale, grazie al vino che tutti avevano portato da condividere, ed un piatto di zuppa, preparato dal don, dove aveva ritrovato sapori oramai sopiti. C’era la salsiccia, le patate, i ceci e la memoria del gusto gli fece ripensare a lui, di quanto amasse preparare le zuppe, dai sapori forti e decisi, e come discutessero entrambi durante la preparazione, lei che amava le creme lievi e speziate. Nel ritorno a casa notturno, ripensò anche a quei momenti passati insieme a cucinare, una passione comune che però li divideva se praticata insieme: meglio quando si siedevano al ristorante o l’uno cucinava per l’altra, e le scappò un sorriso al pensiero. E poi il Venerdì Santo, un giorno nel quale scelse di stare completamente a digiuno: di nuovo, nel pomeriggio, l’auto, poi la cerimonia e l’attesa della Via Crucis. Iniziò a piovere senza requie e percorrere le quattordici stazioni senza un ombrello, alla mercè della pioggia, le servì a fare una riflessione interiore profonda. Cominciò a piangere in maniera continua e sommessa, e più andava avanti e più i singhiozzi le uscivano forti. Arrivata sul finale, avrebbe voluto scappare di nuovo in città, ma fu il prete che la fermò, la affidò a degli amici, che la fecero cambiare e le servirono un tè caldo. Decise comunque di ripartire e fece bene: la notte era per lei sempre un momento rilassante, da passare anche sveglia, e quel sabato era partito secondo i migliori auspici. Sarebbe tornata ancora una volta su, a fare tutta la notte sveglia per il sabato di Pasqua e la domenica per il pranzo, poco importava se anche avesse pranzato da sola, sarebbe stato comunque un pasto meritato e di soddisfazione. Si diresse al mercato, voleva asparagi, carciofi, piselli, un pasto pensato per il risveglio primaverile. Era al banco dell’ortolano a spiegare che cosa voleva preparare, e mentre descriveva la sua minestra, intervenne una voce scanzonata da dietro “Qui ci starebbe bene del guanciale a cubetti e magari anche una fetta di lardo”. Si voltò e lo vide: viso provato ma sereno, sguardo fisso su di lei, accenno di sorriso. Lei gli prese le mani e rimasero in silenzio

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