Quando un nome parla da solo. E racconta centoquarant’anni di storia e di gloria langarola, in un paniere di vini che fanno sognare gli appassionati, racchiusi in due parole: Pio Cesare, ecco la targa di una vicenda che passa attraverso cinque generazioni di vignaioli, attraverso luoghi suggestivi, attraverso scelte rigorose e comunque sempre mirate e intraprendenti pur restando nel solco di una viticoltura di stampo artigianale.

Pio CesareInfine, anche attraverso un grave lutto, un grande dolore improvviso che ha colpito la famiglia, le Langhe e tutto il mondo del vino quando sette mesi fa il Covid si è portato via Pio Boffa. E così le chiavi di quella grande storia e del suo lancio nel futuro sono passate nelle mani e negli occhi di una giovanissima vigneron, Federica Rosy, figlia di Pio, 23 anni, anello di congiunzione tra un grande passato e un presente pieno di grandi promesse per il futuro. Anello che un condensato di forte potenziale solo nei nomi che porta: Federica, la zia, sorella di Pio, e Rosy, la nonna che segnò l’ingresso della famiglia Boffa nel marchio, perché figlia unica di Giuseppe, a sua volta figlio del fondatore Cesare Pio. (Già, per chi non l’avesse capito o non lo sapesse ancora, in realtà Pio era il cognome, poi attribuito come nome di battesimo al nipote maschio).

Pio CesareMemorie che vanno lontano, scolpite nelle pietre delle vecchie mura di Alba, dove ancora ha sede la storica cantina, piccolissima, su quattro livelli. L’unica storica della città, quasi un monumento, come un database di conoscenze da non disperdere, che farebbe gola a molti altri produttori, e si azzardano perfino i nomi alla presentazione dei vini a Firenze. E Federica, pur catapultata al vertice dell’azienda, con al suo fianco il cugino Cesare Benvenuto, entrambi con in più il “Pio” di famiglia aggiunto al cognome,  da un evento tremendo, ha preso con coraggio le redini. Ed è brava, bravissima a raccontare, a condurre un fil-rouge fatto di passione e di “vini – dice – sempre realizzati secondo la ricetta di famiglia”. A far gustare nel suo racconto e nella guida attraverso gli assaggi il fascino di una vicenda che davvero non è replicabile. Perché Pio Cesare, 75 ettari di vigne, 17 etichette in gamma in quattro linee, 400mila bottiglie che vanno per il 75 per cento all’export, con gli Usa come primo mercato, non è solo Barolo e Barbaresco, anche se dei grandi Nebbioli è interprete e storia. E’ rossi quotidiani da Barbera, Dolcetto e Grignolino; è un rosato da Nebbiolo e Syrah, e un bianco da solo Chardonnay nato nel 1985, e si chiama Piodilei per “la somiglianza – racconta Federica – tra il carattere delle donne e quello di quest’uva” ed è frutto di un amore sbocciato in papà Pio durante un viaggio dai Mondavi in Napa Valley, non per nulla riposa a lungo prima in barrique poi in bottiglia; è un blend-esperimento di Nebbiolo e Pinot Nero, e un altro di Chardonnay e Sauvignon Blanc; è un Gavi e un Moscato d’Asti, che in fondo non possono mica mancare.

Pio CesareMa Pio Cesare, sorpresa, è anche il recupero di vecchie tradizioni, fedeli all’originale anche nel packaging. Un Barolo Chinato. E un delizioso vermouth di vino bianco con l’infusione di 26 botaniche aromatiche, in primis l’assenzio: servito come classicissimo aperitivo, comincia il nostro incontro con Federica e i suoi vini, Chardonnay e qualche Barolo, a sposare i piatti dello chef Claudio Mengoni al ristorante Borgo San Jacopo, a Firenze.

Borgo San Jacopo A cominciare dal Barolo classico, quello di entrata che, come l’omologo Barbaresco cambia nome in omaggio ai 140 anni dell’azienda e si chiamerà Barolo Pio: esce in 60 mila bottiglie,la filosofia – spiega Federica – in qualche modo è “parallela” al cru, un Barolo all’antica, da provenienza diverse ma con il cuore a Serralunga”. Un vino, continua, “autentico, strutturato, elegante e non stucchevole, da uve di 5 Comuni che vanno in blend prima della fermentazione”.  Solo per questo anniversario tutto speciale, invece, il Barolo del Comune di Serralunga annata 2017, edizione limitata a 1881 bottiglie, e il Barolo Riserva 2000.

Pio Cesare Ma ci sono anche i cru: ecco il Barolo Ornato, il primo (era il 1985) da singolo vigneto a Serralunga, con esposizione sud, 10mila bottiglie; ed ecco il Mosconi, l’acquisizione più recente (del 2014) nell’omonimo vigneto a Monforte d’Alba, 5mila bottiglie di viti che hanno fra i 40 e i 70 anni d’età. Un Barolo che incanta, ma non sarà l’ultima avventura: arriveranno vigne in Alta Langa, “non per fare bollicine – sorride Federica – ma per provare a fare Barolo e Barbaresco in altezza”, già, il clima, il caldo. E poi l’ultima sfida, verso est, le colline tortonesi. Timorasso, siamo già qui che l’aspettiamo.

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