Molti anni fa, il mio amico Luigi Pittalis ebbe un’intuizione che ha precorso i tempi e le mode: creare un’associazione”Staseranonesco” che aveva lo scopo di , cito testualmente “Valorizzare la cultura alimentare delle persone che cucinano non professionalmente a casa loro, in particolare se appartenenti a quella “terza età” caratterizzata da grandi case da cui i figli hanno ormai preso il largo. A questa categoria apparteneva mia madre, grande cuoca sarda con cinque figli ormai fuori dalle scatole! Salvare dei piatti destinati all’estinzione in quanto relegati all’ambiente casalingo per problemi di tempi di preparazione o mutamento delle abitudini di consumo”. La storia e l’evoluzione la trovate qui , certo è che lo scopo era molto più elevato rispetto a quello di fare soldi con un’attività che oggi è diventata di gran moda, a leggere i numerosi articoli sui siti web e i giornali. Attualmente appare come una sorta di concorrenza sleale rispetto ad un locale pubblico, e se l’attività viene ritmata e promossa in maniera professionale il dubbio viene. Ricordo che la prima cena si svolse a casa di mia madre, e fu un successo, poiché le persone presenti ebbero modo di assaggiare piatti non proposti nei ristoranti. Un’altra cena che mi colpì fu quella che vide protagonisti una coppia di canadesi che riuscirono a trovarci, non so ancora come, leggendo il progetto su Internet, prenotando e presentandosi a casa il giorno stesso del loro arrivo. Ci fu all’epoca anche un accordo con Slow Food, ma poi la cosa si è spenta poco alla volta, come capita quando le forze sono esigue e si tratta di volontariato. Nei vari articoli si parla spesso di quello che succede all’estero, dimenticandosi della particolarità italiana a livello normativo e, non da poco, anche igienico sanitario. Certo, sarebbe curioso ed interessante infilarsi in un ghost-restaurant, che esistono a New York fin dagli anni Novanta, ma il rischio che si correrebbe sarebbe sempre importante. Il fenomeno sarebbe oggi più facile definirlo come catering a domicilio di tipo familiare, più che cene tra amici: in casa propria, generalmente, difficile che uno sconosciuto entri facilmente. O sbaglio? Credits angolodonne.it

 

 

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Un commento

  1. le regole ci sono ma non necessariamente sono rispettate. giusto ieri in un supermercato ho comprato del prosciutto crudo. il signore della gastronomia senza guanti e senza pinza ha preso con le mani il mio prosciutto e prima di passare dalla bilancia si è grattato tra i pantaloni. hai voglia a dire che il prosciutto del reparto frigo ha i conservanti se poi devo farmi servire da mani sporche. così come in una nota gastronomia ho preso del pesce spada affumicato e prima di affettarlo hanno dato una pulita all’affettatrice con una spugnetta di dubbia provenienza senza asciugare dopo con carta assorbente. è meglio il pesce spada della nota gastronomia o quello in busta del supermercato? o la cena con corso di cucina annesso in casa con ragazzi simpatici che anche se resti a digiuno magari due risate te le fai e fai nuove amicizie? intendo dire che se dubitate delle cucine delle case private come fate ad essere sicuri dell’igiene di un ristorante? cuochi che stanno nei retrobottega a fumare e a parlare al cellulare siamo sicuri che appena rimettono le mani in pasta passano prima dal lavello?