L’uscita delle guide dei ristoranti è sempre un momento topico nella vita dei ristoratori: volenti o nolenti, uno sguardo alla classifica lo devono sempre dare e, inevitabili, le polemiche fioccano in maniera notevole. Quest’anno è già successo con la guida Espresso, che regala un panorama immobile della ristorazione italiana, se guardiamo i voti al vertice nazionale, non volendosi confrontare, probabilmente, con una maniera di fare ristorazione fuori dagli schemi usuali. La guida delle Osterie d’Italia conferma le scelte legate ad una cucina tradizionale e quindi, di fatto , limita il suo campo d’azione, ma il pubblico l’acquista proprio per questo: chiaro che, anche in questo caso, le polemiche non manchino riguardo a chi merita o no la chiocciola, la presenza, ecc. In attesa della guida Michelin, che sarà presentata martedì prossimo a Milano, con i fatturati di molti ristoranti che potranno cambiare,  a seconda delle stelle assegnate, e aspettando la guida del Gambero Rosso, piace soffermarmi sul comportamento di tanti recensori di guida,  dove il nome dell’autore non viene assegnato alla scheda, in virtù di un’omogeneità di scrittura e stile guidaiolo che deve risultare immagine della casa editrice o del responsabile. Da difendere ufficialmente l’operato della casa madre in pubblico, spesso in privato tentano di accattivarsi la simpatia di tanti chef, facendo capire che non sono d’accordo e che non dipende certo da loro. Credo che a questo punto, un minimo di coerenza sarebbe necessaria: o si partecipa ad una guida anonima, senza nemmeno risultare tra i recensori, modello Michelin, ed il problema si risolve in maniera automatica; oppure, si segue la linea del giornale, come si seguiva una volta quella del partito e non si rilasciano commenti;  o ci si mette la faccia, e si scrivono articoli dove il pensiero dell’autore è chiaro, essendoci la firma in calce. I successivi distinguo lasciano il tempo che trovano..Credits fagola.it

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Un commento

  1. Fra tutti i mestieri che l’uomo si è inventato per vivere, quello del critico enogastronomico è uno dei mestieri più ingrati che si possa immaginare: tutti i mestieri sono fatti per guadagnarsi la paga per mangiare e nello stesso tempo riuscire a provare emozioni che a volte ne scaturiscono. Il critico enogastronomico ribalta il concetto, mangia beve e deve provare emozioni per mestiere. Immaginatevi una persona che due volte al giorno si reca al ristorante per provare emozioni attraverso il cibo, è come se una prostituta nel suo lavoro dovesse provare l’orgasmo ad ogni suo incontro sessuale