Il regno del Ciliegiolo è una terra antica, costellata di segni delle civiltà che l’hanno prima plasmata millenni fa, poi modellata con accenti diversi e differenti culture nel corso dei secoli a venire. Siamo nel triangolo delle Città del Tufo, uno dei fazzoletti più ricchi di fascino dell’intera Toscana, che ai vertici ha Pitigliano Sorano e Sovana, e in mezzo racchiude appunto incredibili strati di storia. Ben visibili nei colombari e nelle più grandi tombe della necropoli etrusca di Sovana, piccolo borgo che tuttavia nel colpo d’occhio dell’elegantissima racconta anche ben altri, e successivi fasti; ma agli Etruschi rimandano le via cave, percorsi angusti tra muri di tufo, come poi invece ad altre storie riportano i simboli di quella che fu, a Pitigliano, una delle più importanti comunità ebraiche fuori dalle mura di grandi città, e d’altre ancora s’ammantano i solenni bastioni della Fortezza Orsini di Sorano. In mezzo, va detto, a una natura che conserva inalterata la sua avvolgente suggestione.

Così, a tutto penseresti tranne che a una terra vocata alla coltura della vite, a ben altri allevamenti rimanda un minimo di conoscenza delle attività economiche di zona, dove la pastorizia e i caseifici hanno scritto vicende importanti negli ultimi decenni. E invece. E invece qua si fa vino, eccome; e c’è chi ha scelto strade e linee di produzione assai nette e definite. E, come sempre, tutto comincia con una serie di incontri e strani incroci di personaggi della più varia e talvolta perfino inimmaginabile estrazione. Per dire, gente di cinema che s’è messa a fare vino se ne sa, senza andare a scomodare Francis Ford Coppola e Ridley Scott l’esempio più a portata di mano è quello della famiglia Zingarelli e delle sue vigne a Castellina in Chianti. Meno noto forse ai più, Edoardo Ventimiglia è sicuramente un nome per chi è appassionato di documentaristica, e comunque è sempre il nipote di quel barone Gaetano Ventimiglia che fu il primo cameraman e poi direttore della fotografia di Alfred Hitchcock, oltre che fondatore del Centro sperimentale di Cinematografia; tra l’altro era siciliano, esattamente catanese, e anche questo avrà un seguito e una parte nella nostra storia, e lo vedremo.

E dunque, eccoci con Edoardo Ventimiglia. Ma per fare un incontro bisogna essere almeno in due, no? E così compare sulla scena Carla Benini, una esile signora dagli occhi chiari. Come i cieli del Trentino, dove è nata e dove ha cominciato a lavorare come agronoma. Finché, ancora poco più che fanciulla, piomba a Roma, frequenta corsi di sommelier con Daniele Cernilli e Sandro Sangiorgi: galeotto fu proprio il vino, dunque. E galeotta la scoperta di Pitigliano, “una terra di confine – racconta Edoardo – fra l’Amiata e il mare, vulcanica e isolata, e con il pregio della quarta doc d’Italia per il suo Bianco, doc poi distrutta dalla politica della cantina cooperativa, così diversa da quella di Scansano che dista appena 30 chilometri”, già, perché Edoardo è anche uno che non le manda a dire dietro. Com’è come non è, eccoli a Sassotondo, “un ettaro di vigneto, una casa scassata, 72 ettari di terra abbandonata per anni”, è il controcanto di Carla. Un ettaro con Ciliegiolo, Sangiovese, altri rossi poi Malvasia e Trebbiano.

E’ il 1990. Quell’ettaro si moltiplica fino a 13 e mezzo, e nel 1992 ne arrivano altri 3,6 con l’acquisto del vigneto di San Lorenzo, di fronte a quello che definiscono “lo spettacolo mozzafiato” di Pitigliano. Piante degli anni ’50-60, tutto Ciliegiolo, anzi “la mamma di tutte le vigne di Ciliegiolo – racconta ancora Edoardo – perché da lì vengono tutte le piante del nostro Ciliegiolo”, che ora in tutto copre una superficie di 7 ettari, senza dimenticare tuttavia che “Pitigliano è terra di bianchi – dice ancora Edoardo – buoni anche per invecchiamento, capacità che gli dà il terreno vulcanico insieme all’eleganza”. Con loro al lavoro c’è un enologo di lungo corso e idee chiare, Attilo Pagli. Così nel 1994 l’azienda diventa biologica, con tendenza al biodinamico, insomma al rispetto estremo del terreno e della vite. E dalla prima vendemmia del 1997 il progetto cresce, fino ad arrivare alle 13 etichette di oggi, per un totale però di sole 50mila bottiglie, che si vendono – udite udite – per il 70 per cento in Italia, tutto in horeca, mentre il restante 30 viaggia per Usa, Canada, Gran Bretagna, un po’ di Europa e un po’ di Asia, cioè Singapore.

Cinque le linee di produzione, da cui qualche scelta proposta in abbinamento ai piatti preparati da Paolo Gori alla Trattoria Burde. A cominciare da due espressioni del bianco Isolina, Trebbiano (dominante), Sauvignon Blanc che dà profumo e Greco che dà corpo, si assaggia un fresco 2022 e un sorprendente 2017, “a conferma – dice Edoardo – che i bianchi sanno invecchiare”, vini ricchi di sapidità, che tendono a ingrassare anche se non conoscono legno. Poi tocca – con il cacciucco di ceci – a uno dei due orange, il Numero Sei 2021, Sauvignon, Greco e Viognier in pari percentuali, dai profumi pienissimi e avvolgenti, trattato come un rosso, 15-20 giorni sulle bucce in barrique “usatissime”, prima annata il 2001, “allora erano rarissimi, e per divertimento – ride Edoardo – pensammo: scomponiamo il Bianco di Pitigliano”. 

Cambiano i sapori nei piatti, arrivano i sughi, Edoardo mette in tavola i carichi da undici. I rossi. Cinque espressioni diverse del Re Ciliegiolo, di cui quattro cru di vigna: unico assemblaggio (da piante tra i 60 e i 20 anni) il Sassotondo, un po’ l’entry level di casa, che fa solo acciaio; poi il Poggio Pinzo 2020 che sta 12 mesi sulle bucce in anfora, quelle trentine di Tava, poi altri 6-7 in acciaio, da un progetto con l’agronomo cileno Pedro Parra, un vino che “è la somma di Monica Bellucci e Audrey Hepburn”; segue il Monte Calvo 2022, pure progettato con Parra: viene da una particella della vigna di San Lorenzo, se ne fanno solo 800 bottiglie “a uso borgognone”, cioè un 10-15% dell’uva con il raspo “che dà eleganza e freschezza” a un vino “fermentato – racconta Edoardo – in maniera diversa dalla Toscana, quasi per infusione, un po’ come annaffiare le rose”, e vive per 10 mesi in legni da 10 ettolitri. Infine, il top di gamma, il San Lorenzo proposto in assaggio nelle annate 2019 e 2020 (in anteprima): da vigne vecchie con trattamenti biodinamici e fermentazione spontanea, cantina tra acciaio e legno grande per 18 mesi. Un vino davvero esplosivo nei ricchissimi profumi e nella morbida setosità e persistenza in bocca. 

Ma non è tutto. Manca, ricordate? Quell’accenno alla Sicilia. Alla terra del nonno che dopo il terremoto di Messina tornò sull’isola, e fu tra i fondatori del Catania Calcio. A Edoardo è venuta la voglia di un omaggio: così nasce Ritorno, un Etna bianco da uva Carricante in purezza raccolta nella zona di Mila dai poderi degli Eredi Di Maio nella Contrada Caselle, come dire i Parioli di quel versante della Montagna: c’è minerale e glicine, agrumi e mandorle tostate in un sorso decisamente appagante, nel 2021 assaggiato da Burde. Fuori pasto, come si conviene a una vera fuoriserie.

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