Per molti, lui rimane sempre “quello del tempranillo”. O forse sarebbe meglio dire “loro” e “quelli”, perché non è pensabile il lavoro e l’opera di Leonardo Beconcini senza la presenza e l’opera della moglie Eva. Sono loro a portare avanti l’azienda Pietro Beconcini di San Miniato, che fu iniziata dal nonno di Leonardo, il quale comunque ne tiene il timone da un quarto di secolo, e l’ha portata a 14 ettari di vigne per 110mila bottiglie in 11 etichette distribuite, com’è ormai un must nel vino toscano, per il 70 per cento all’estero, con la singolarità che il primo mercato è il Giappone, senza tuttavia dimenticare al solito gli States.

BeconciniUndici etichette, già. E con quante particolarità. Una per tutte, il Reciso, questa lavorazione così distintiva (“l’abbiamo nel cuore – sospira Leonardo – perché ci ha rubato 25 anni di tempo e di passione”) del Sangiovese già in vigna “perché la nostra terra – è la spiegazione – così argillosa è difficile per questa uva”: in pratica, nella prima settimana di settembre con una forbice particolare viene inciso, anzi proprio reciso il peduncolo del grappolo per assicurare interruzione linfatica, “così – spiega Beconcini – il sistema fogliare va avanti ma il grappolo non si dilata più e non se ne cambiano più i contenuti”. E poi quella storia dai tratti anche leggendari, quella del Tempranillo, vitigno precoce (“temprano”, presto in spagnolo) a bacca nera dai natali iberici che sarebbe arrivato da secoli e secoli a San Miniato, dunque molto vicino alla Via Francigena, l’antica “autostrada della fede” (ma anche poi del business) percorsa ogni anno da frotte di pellegrini: qualcuno potrebbe aver portato e lasciato dei semi, ne sarebbe nata una vigna di uva irriconoscibile, sconosciuta ai contadini locali, e quindi classificata come “vigna X”, ecco perché si chiama “iXe” il Tempranillo di ingresso dei Beconcini, che alla classificazione e al riconoscimento sono arrivati con una appassionata ricerca ampelografica.

BeconciniE’ l’unica “tentazione” internazionale, ancorché non voluta ma per l’appunto trovata, il Tempranillo , in un’azienda dedicata tutta alla caratterizzazione del territorio. Tanto da riscoprire e rilanciare con tecnica ancora una volta tutta particolare un’altra varietà tipica toscana molto presente in passato, poi accantonata e quasi demonizzata, infine riscoperta, anche se da pochi: il Trebbiano che entrava anche nella celebre ricetta del “Chianti di tutti i giorni” del Barone di Ferro Bettino Ricasoli. Si chiama Vea, il Trebbiano  facile intuire che è un omaggio a Eva con un semplicissimo anagramma. Ma non è un caso: uva dai grappoli piccoli di forte e lunga maturazione, lasciata in pianta fino a metà ottobre, poi quaranta giorni sulle vinacce con lieviti indigeni e quattro mesi di barrique, risultato un bel giallo dorato ma non un orange anche se potrebbe somigliare a un rosso, profumo discreto e complesso, sapore rotondo e corposo.

BeconciniCi vogliono insomma piatti di grande personalità per sposare bene i vini dell’azienda di San Miniato. Ci voleva la cucina di Paolo Gori della Trattoria Burde, per un assaggio “a modo”, come si direbbe a Firenze. Per dire: con cosa abbini il crostino di fegatello e il prosciutto crudo toscano? Per esempio, con il Caratello 2009, un gran vinsanto ambrato, ricco di fiori e miele, succulento e denso eppure asciutto e setoso. Certo, con un maestro del “pairing”, come dicono quelli bravi, come Andrea Gori la soluzione viene bene di sicuro. Ma ci vogliono, appunto, ottime cose da mettere vicine. Come certi piatti di Paolo, dalla tradizione toscana, con i rossi di Leonardo, che intanto Eva ha pensato bene di “restylizzare”, vestire e agghindare di nuovo. Così il passaggio dalla ribollita ai pici di cinta senese fino a una spettacolare scottiglia avviene attraverso il Maurleo, vino a denominazione Terre di Pisa Doc, 17mila bottiglie prodotte dal 2019 grazie all’acquisizione di un nuovo terreno, mix di Sangiovese che ne occupa il 50 per lasciare il 30 alla Malvasia Nera e il 20 al Colorino, insomma, davvero più toscano di così…

BeconciniMa alla fine diventa tempo di confronti, anche in casa. Nei calici vanno due espressioni del Reciso, il primo vino dell’azienda, evoluzione del Sangiovese toscano, che finisce il periodo di cantina in barrique “però io non mi ritengo un grande vinificatore – spiega Leonardo – e quindi preferisco fondare il lavoro sulla vigna”. Due assaggi sorprendenti: ecco il 2017 da viti trentenni, vigoroso e ricco di profumi fino al cuoio e alle spezie ma comunque asciutto e austero; ed ecco il “nonno”, il 1997, un incredibile trionfo di aromi e di gusto e perfino di invidiabile freschezza. Finale al Tempranillo, ovvio. Con iXe, da vigneti nuovi generati però con vecchie gemme (23mila bottiglie), il 2018 regala fiori e frutta nera al naso e tanta morbidezza in bocca. E infine, non prima di tornare a un sorso del piacevole Caratello, con Vigna Le Nicchie, il Tempranillo top di gamma. Un calice di 2016, tornano i fiori e la frutta e la densa cremosità. Sorso di paradiso.

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