Era il primo anno di scuola alberghiera, eravamo giovani ed ingenui: divertiti nel fare esercitazioni pratiche di cucina,perché ci davano la possibilità di mangiare piatti che comparivano sulle tavole solo la domenica: la passione per la besciamella fu immediata, ci rubavamo la casseruola che il professore ci dava per portare a lavare  per immergervi le dita e leccare il contenuto: semplicemente soave il sapore e naturale il gesto. Poi il miracolo delle bignè che si alzavano nel forno, sembrava quasi un miracolo, senza dimenticare i bomboloni, altro dolce che ritenevamo impossibile da riproporre. Certo, quello che a scuola era del tutto facile, diventava difficile a casa, e i numerosi fallimenti fecero capire che la cucina doveva essere affrontata con piglio diverso, come avrei detto più tardi, più professionale. Tra i tanti scherzi ai quali eravamo sottoposti, quali novizi della brigata, c’era quello di prendere oggetti inesistenti, richiesti a gran voce e viva forza magari dallo stesso insegnante. Le corse per andare in magazzino a prendere l’olio di gomito, inseguiti dalle urla dell’economo erano memorabili, così come il cercare inutilmente tra le attrezzature il raddrizzabanane. Ma la cosa sconcertante, che fece pensare di più, era l’oggetto misterioso dello svuotapiselli, indispensabile per la preparazione di un piatto come i piselli ripieni. Nei pensieri era una sorta di siringa finissima, che riusciva a svuotare il contenuto senza ledere la parte esterna, ma non mancavano altre versioni certo più complesse. Ci volle un intero anno scolastico per capire che era uno scherzo ma, certo, viste le nuove tecniche, oggi sarebbe mica una cosa così strana…

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