Al tempo in cui io e altre svitate appassionate di vino tra cui due note penne della rete e una super produttrice di sangiovese, decidemmo di fare un calendario dei vignaioli, non conoscevamo Giacomo Baraldo. Altrimenti ci sarebbe entrato di sicuro. Lo avrei piazzato a rappresentare il mese di agosto, quello in cui si fanno le vacanze in giro per il mondo, perché lui giovanissimo laureato in enologia, il mondo l’ha girato per fare anche due vendemmie l’anno, una per emisfero. Da Bordeaux alla Patagonia, dalla Nuova Zelanda alla Borgogna.

Per poi decidere di fermarsi (informazione da prendere con le molle) a San Casciano dei Bagni, luogo natìo.

Fino a qualche giorno fa ignoravo (chiedo venia) l’esistenza di San Casciano dei Bagni e con google map ho faticato ad orientarmi tra Toscana Umbria e Lazio. Ed infatti questo lembo di terra sta proprio a cavallo tra le tre regioni. Mi ha stupito la morfologia del territorio, a mio parere diversa da quella Toscana a cui siamo abituati. Ora detta così sembra che stia per descrivere un luogo bizzarro con le vigne maritate al baobab. In realtà è tutto molto meno esotico, ma queste colline verdi a perdita d’occhio, in parte boscose e in parte pascolo, dolci ma non troppo, interrotte qua e là da calanchi, non le riconduco a nessun altro paesaggio toscano a me familiare. Niente di male, anzi, un buon motivo per venirci, che sommato a una visitina a Baraldo e una sosta godereccia da Daniela, storica trattoria nella piazza del paese, gestita dalla madre di Giacomo, ne fanno destinazione da mettere in calendario al più presto.

Quindi sono due a questo punto le cose da mettere in calendario: una foto di Giacomo Baraldo che sorride, e San Casciano dei Bagni meta in primavera.

Ho assaggiato cinque dei suoi vini.

Sinceramente buoni.

Ma cosa trasforma un vino buono in un vino che poi ti ricordi tra tanti assaggi? Per me una sorta di scossa che mi fa come avvampare, quando al sorso sento qualcosa che si risolve nell’effetto wow mentale. Effetto che può essere dovuto a mille fattori diversi e che spesso sul momento non riesco a individuare. Solo dopo, e a volte, fermandomi a pensare, riesco a trovare il fattore scatenante l’emozione, ma non è sempre detto. In questo caso i fattori non erano soltanto di tipo agronomico. Ok sto scherzando.

Risveglio 2020: trebbiano e malvasia, vigne di 50 anni. Taglio classico toscano, ma vinificazione originale. Uve diraspate cui seguono 3 giorni di macerazione sulle bucce a tino chiuso, processo che da un lato permette una maggiore estrazione, ma senza virare verso l’ossidativo. Segue pressatura, decantazione naturale e poi sfecciatura, che non serve per allontanare le fecce, ma per assaggiarle! E se le fecce sono buone col cavolo che si buttano, si ributtano nel vino. Poi in legno usato a fermentare, malolattica compresa. Il risultato è un sorso di carattere, definito, di discreta struttura, con un ventaglio di profumi intriganti e freschi.

Affacciatoio 2019: chardonnay da nuovi impianti. Come mostra l’etichetta il vigneto si trova aggrappato alla montagna, sulle pendici ovest del Monte Cetona, da cui sporge in orizzontale come una terrazza. L’uva è raccolta in agosto, “per lavorare in acidità” per usare le parole di Giacomo, quindi ammostata a grappolo intero coi piedi. Non c’entra nulla l’aspetto romantico da profumo del mosto selvatico. In una cantina non refrigerata pigiare coi piedi significa anche controllare la temperatura delle uve. Fermenta in barrique di decimo passaggio dove svolge anche la malolattica. Al sorso è solo in parte ciò che mi aspetto dallo chardonnay, perché l’affacciatoio è meglio! Scherzi a parte, è teso e salino, ma al tempo stesso ha una accennata rotondità che dona grazia al tutto, che altrimenti berresti a cannuccia.

0.0 k Tullio 2018 Vineyard Ferment Toscana Sangiovese. Questo è il primo vino europeo completamente fermentato in vigna. Dall’esperienza in Nuova Zelanda riporta questa tecnica in Toscana dove la applica al sangiovese e i risultati sono sorprendenti dal punto di vista del grado alcolico. Con la fermentazione in vigna si osserva una perdita del grado alcolico non indifferente e di questi tempi sarebbe una manna dal cielo per tante zone di produzione. Il perché questo accada rimane ancora da risolvere ma Giacomo sta svolgendo delle ricerche sulle popolazioni di lieviti che si sviluppano nella massa e il loro susseguirsi che potrebbe avere questo effetto riduttivo sull’alcol. Qui c’è da stare in campana, perché se funziona e si riesce a codificare una procedura ripetibile, è una roba pazzesca.

Anche la foto è non filtrata e non chiarificata 🙂

Brutto dire un sangiovese che pinotteggia, ma a volte è molto utile per rendere l’idea immediata. Frutto preciso, scolpito ancora fresco, macchia mediterranea e cenni balsamici. C’è dolcezza di frutto in equilibrio con aspetti vegetali, bocca dinamica con un tannino soffice e gustoso. Ne produce 557 bottiglie, prendetelo senza indugi.

Il bossolo 2017: sangiovese. Dal vigneto omonimo, posto proprio sotto il paese, che Giacomo ha completamente reinnestato. Siamo sui 500 m di altezza, il sole picchia forte mentre passeggiamo tra i filari e il terreno, molto chiaro per l’elevata presenza di calcare riflette una luce quasi abbagliante. Qua e là intorno vasche naturali di acqua calda sulfurea dove le persone fanno il bagno. Terra che freme di energia che ribolle e si sente in questo sangiovese dinamico e salino. Per niente affaticato dall’annata infernale, ritrova freschezze di bosco e macchia mediterranea. È un sangiovese da bersi a canna, quasi una rarità nella 2017.

Pergola di Silvestro 2019: grechetto orange. Silvestro è il proprietario di 3 viti a pergola da cui Giacomo ha preso le marze per impiantare il vigneto che entrerà in produzione quest’anno. Perciò l’uva usata per questa bottiglia viene tutta dalle 3 piante a pergola del signor Silvestro, che si trovano proprio sotto la piazza del paese. Le uve sono raccolte in ottobre, parzialmente botritizzate. Macerazione sulle bucce di circa un mese poi un anno di affinamento, metà in tonneaux e metà in acciaio. Il colore è ambra brillante, intenso e articolato al naso tra sandalo, cedro candito, gelsomino, cenni di zafferano e qualche nota fumé. Tannino che si avverte, bilanciato dalla rotondità frutto di quella piccola parte di acini botritizzati. 12,5 gradi di bontà spalmati su 407 bottiglie. Può darsi che nel frattempo le abbia già finite ?

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