I ricordi sono di quando, finito l’allenamento di marcia, la fame non era così potente, c’era solo la voglia di “qualcosa di fresco…” parafrasando una famosa marchesa, e quindi, saliti sul motorino, il ritrovo era al baracchino sulla strada che preparava il frappé. A 16 anni poco interessava come venisse preparata quella magica mistura, era la magia di vedere del latte che prendeva sapore e consistenza grazie a ghiaccio e al movimento, con un sapore che accarezzava il palato in maniera suadente e golosa. Il farlo in casa era un obiettivo primario, mai riuscito nell’intento: mancava quella consistenza spumosa che teneva a lungo, mancava lo sciroppo di amarena o quello di fragola adatto a dare quel gusto, falso ma vero allo stesso tempo. Era la maniera di mangiare la frutta divertendosi, non mancava anche il frutto fresco, un must assoluto era e rimane il frappé alla banana, un modo per acquietare una coscienza che imponeva di cibarsi di frutta e verdura senza riuscire nell’intento. Poi la gola imponeva il comando, e quindi ecco il cioccolato che si fa strada, la crema al gianduia, lo zabaione, il peccato manifesto senza ritegno. Poi la caduta nell’oblio, la ricerca di nuovi gusti, sapori e consistenze. Ed oggi una riflessione: perché nessuno chef di nuova generazione lo ha mai recuperato? Perché non lo ha proposto in versione salata? Magari sarà il nuovo apripista delle prossima estate!

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