Ci sono quei piatti che ti lasciano perplesso quando te li propongono: magari un ingrediente che non torna, oppure un abbinamento ardito o semplicemente una dissonanza che non è entrata bene nella mente. Sono i piatti che il critico gastronomico deve ordinare, quelli che permettono di valutare la capacità di un cuoco, che riuscendo a stupire con una partenza diffidente, guadagna indubbiamente credito ai suoi occhi. Luciano Monosilio non ha bisogno di acquistare crediti, beninteso, ma proprio per evitare di rinchiudersi in un cliché legato a preparazioni che “romaneggiano” molto bene, ha imbastito una serie di piatti che la dicono lunga sulla sua capacità espressiva. L’agnello è in carta da tempo ma non lo avevo mai provato e certo fa un certo effetto sentire riecheggiare il nome lamponi abbinati alla carne che, a guardare bene, era un classico della cucina internazionale degli anni Sessanta, collegato alla selvaggina. Poi ci furono i favolosi anni 80, dove i frutti di bosco finirono generosi nei risotti: oggi tornano su un piatto dove il filetto di agnello cotto in forno al sangue si collega alla purea di lamponi, rafforzata dall’aceto, vede l’inserimento del tè poi una salsa di alici a contrastare il tutto, equilibrato anche da erbe croccanti. Un piatto avvincente, mai domo, di ottimo ricordo. Per il vino sentite Pipero va da se’

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