Fattoria Santo Stefano celebra sessant’anni di attività con una verticale di Chianti Classico, l’autunno si mette in ghingheri e ci si diverte molto. Si consiglia la lettura con un riff evergreen di sottofondo, a scelta tra Aqualung e Stairway to Heaven.

Fattoria Santo StefanoDi solito, quando si fa riferimento a questioni di famiglia, si pensa subito a torbidi segreti nascosti per generazioni, oppure a più prosaiche beghe finanziarie, in ogni caso situazioni spinose che si vorrebbero evitare come la peste: assi ereditari da definire, grovigli burocratico-rancorosi su chi ha diritto a cosa della prozia o del nonno, nonno che in un momento di confusione affettiva ha promesso l’ambitissimo quadro di un celebre Macchiaiolo a due nipoti contemporaneamente, ma all’insaputa l’uno dell’altro…

Invece la questione di famiglia in cui mi sono imbattuta  insieme ad un gruppo ben assortito di esponenti della comunicazione enoica, tra autorità indiscusse, altri wineblogger, giornalisti, instagrammer e sommelier, è di quelle che rilassano immediatamente lo spirito e allentano la tensione cervicale, proprio appena scesi dall’auto e stretta la mano ai padroni di casa.

Fattoria Santo StefanoFattoria Santo Stefano, grazie a Milko Chilleri che cura la comunicazione aziendale, ha voluto festeggiare con uno spiccato spirito di ospitalità i sessant’anni nella produzione di vino ed olio extra vergine di oliva con una verticale di otto annate del proprio Chianti Classico, affidata alla conduzione en souplesse di Leonardo Romanelli.

Nel 1961 infatti la tenuta, immersa nel verde delle colline boscose di Greve in Chianti, fu acquistata con lungimiranza da Mauro, avvocato originario di Certaldo e padre dei fratelli Bendinelli, che dal 2000 sono alla guida dell’azienda. Agostino, Anna, Chiara ed Elena ci accolgono nel piccolo borgo che è il cuore della fattoria, suddivisa tra la villa padronale e gli altri corpi di fabbrica, tutti con la facciata in pietra, come consuetudine in questa porzione del Chianti. Una collina che sfiora i 400 mt, ventilata e assolata, dove le vigne si alternano agli olivi.

Oggi tutto questo, oltre che una cantina, è un delizioso agriturismo, con una piscina appartata e panoramica e ampi spazi per fare lunghe passeggiate. C’è anche una minuscola cappella, protetta da una porticina dipinta d’azzurro cielo e un tempo era presente anche una piccola scuola elementare.

Fattoria Santo StefanoL’enologo Giampaolo Chiettini, insieme ai Bendinelli brother & sisters, ci accompagna nel giro tra i vigneti. Sono circa 19 gli ettari vitati, di età diverse, per lo più a Sangiovese. La proprietà sale in costa fino al bosco di San Giusto, al di là del quale si trova Cintoia. È zona ricca d’acqua questa, fresca, con i boschi di castagni a chiudere l’anfiteatro naturale. Elena ci racconta un aneddoto quanto mai indicativo della mentalità frugale dei contadini che agli inizi vivevano in alto, ai margini del bosco: suo padre insisteva perché scendessero a vivere giù alla fattoria, per avere più comodità, ma si sentì rispondere di no, perché lassù c’era già tutto ciò di cui si potesse aver bisogno: aria, legna e libertà…sostenibilità non è un concetto nuovo in campagna, sono sicura che sei d’accordo anche tu Greta, qui c’è sostanza e niente bla bla bla, vero?

La giornata di fine ottobre è tirata a lucido, con un cielo cristallino, un sole tiepido, anzi quasi caldo a fine mattinata e colori che sono la glorificazione naturale di una tavolozza che va dal verde al giallo oro al rosso magenta. Costeggiamo il vigneto Sobole, parcella di terra povera e magra, dove domina il galestro e arriviamo poi al pendio più ventilato di Querceto, esposto a sud-ovest, da cui si ricava la Riserva Drugo.

Fattoria Santo StefanoLeonardo Romanelli, si diceva, è il nostro eno-Virgilio, che ci condurrà virtualmente per mano nel corso di una verticale di otto vendemmie, che ha la peculiarità di presentare non le riserve ma il Chianti Classico dell’annata, tutti Sangiovese in purezza, con l’eccezione della Riserva per la 2014.

L’idea enologica di Giampaolo Chiettini si riassume nel binomio osservazione e ascolto e nell’impiego misurato e razionale della tecnologia: la natura dialoga con l’interlocutore umano dotato di occhi e orecchie sensibili, è fuor di dubbio, se la si ascolta il margine di errore si riduce fin quasi ad annullarsi. Le annate meno favorite dal clima possono trovare espressione riuscitissima andando a selezionare le uve delle parcelle in genere penalizzate dalle annate regolari. Sembra banale, ma spesso non lo è. In cantina si privilegiano le fermentazioni naturali.
Nello specifico, il Chianti Classico fermenta in vasche di cemento, dove svolge anche la malolattica, per passare nei tini in acciaio fino all’ottobre successivo e infine nelle botti grandi di rovere per l’affinamento. Si continua a produrre lo sfuso, accanto ad una produzione in bottiglia di circa 30.000 unità.

Accomodiamoci davanti agli otto calici e partiamo con la prima annata di Chianti Classico Fattoria Santo Stefano. Tutti i vini sono stati aperti al momento, in modo da poterne apprezzare l’evoluzione nel bicchiere.

Fattoria Santo Stefano2006: annata regolare, di buon equilibrio. Sorprende la verve acida di questo vino quindicenne, che svela l’età con un’unghia granato e un colore diluito. Salvia e un finale di rosa appassita, alcool non dominante. Snello.
2007: già al naso si sente il clima più caldo di questa vendemmia. Profumi più dolci, maggior avvolgenza di bocca, il colore è appena più vivo del precedente ma comunque indicativo degli anni trascorsi in bottiglia. Come la 2006, il tannino ha iniziato la fase conclusiva.
2008: andamento annuale equilibrato, simile al 2006, sicuramente con più carattere e concentrazione; qui il rubino ha mantenuto maggior vividezza, il naso parla di erbe mediterranee, di frutta nera non cotta, il tannino è ancora integro.
2010: annata tra le più fredde nel corso dell’anno. Il colore tiene bene, note di eucalipto, di alloro, di frutti rossi maturi, caldo e avvolgente, note evolutive di tabacco, bello e integro il tannino.
2014: prima della vendemmia le uve hanno sofferto un pesante attacco di tignola, dovuto alle piogge e alle alte temperature invernali. Annata difficile per definizione, ma in questo caso emblematica di come, conoscendo le proprie vigne e selezionando, si possano raggiungere ottimi risultati. Assaggiamo in magnum il Chianti Classico Riserva Drugo, che oltre al dominante Sangiovese ha un piccolo saldo di Cabernet Sauvignon e Merlot. Note eleganti di frutti rossi e viole, terziari presenti ma non dominanti, il tannino è in bell’accordo col calore alcolico.
2016: annata giustamente celebrata, di grande equilibrio. Qui parla davvero il Sangiovese, quello fresco di queste valli di Greve, preciso, pulito, di una pienezza non pesante.
2017: di nuovo un’annata calda, che si ritrova nel corpo del vino, nei profumi intensi e lievemente speziati, nella morbidezza.
2018: si torna ad una stagione equilibrata. Il tannino deve ancora amalgamarsi del tutto ma è già bello, il vino è snello, fresco, piacevolissimo adesso ma con profumi e dinamica che lasciano presagire un bell’avvenire, avendo la pazienza di lasciarlo riposare in cantina.

Il famigerato fil rouge che ognuno sente di dover riannodare alla fine? C’è ed è sicuramente una grande capacità di gestire il rischio del pH alto di questi terreni, che se mal governato può accentuare e rendere stonata la componente acida, rischio che qui è stato sicuramente aggirato. E la tenuta nel tempo dimostrata da questi assaggi ribadisce la longevità del Sangiovese anche nelle versioni non destinate ai lunghissimi invecchiamenti.

Fattoria Santo StefanoAl termine di un excursus temporale che ha incluso raffronti con riff eno-rock , Led Zeppelin e Jethro Tull, niente di meno, è come al solito interessante, stimolati dall’abilità maieutica di Leonardo, confrontarsi e incuriosirsi per le affinità e soprattutto per le divergenze di giudizio, la parte finale che prediligo. Sai che noia trovarsi tutti d’accordo… curiosa di capire, domando ai miei compagni di avventura e faccio tesoro di ogni risposta.

Il pranzo che segue, proposto dallo chef Matteo Caccavo dell’Osteria il Pratellino di Firenze, è delizioso, i piatti super toscani sono accompagnati da ‘una carezza’ di olio di oliva della Fattoria e serviti sui lunghi tavoli apparecchiati nella bellissima barriccaia.

Fattoria Santo StefanoUn dettaglio che sottolineo, tra i tanti di una giornata splendida, perché è perfetto testimone di una delicata raffinatezza: la lunghissima tovaglia bianca di famiglia, recuperata da una delle padrone di casa facendo un viaggio di km la sera prima, ricamata a mano con i colori caldi di Messer Autunno, in tono col centro tavola di zucca e foglie dorate.

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