Fattoria del Pino, Jessica e l’arte di cucire un vino

Jessica Pellegrini ha un’energia esplosiva, vulcanica. La senti nelle parole, nel modo in cui un pensiero diventa subito progetto. È un’energia che coinvolge, mette in moto, trasforma.

Un tempo lavorava con aghi, fili e tessuti. Lo sguardo cercava uno spacco, un merletto, una cucitura. Oggi quella stessa sensibilità incontra la terra. Nel suo modo di fare vino ritrovo l’attenzione di chi sa riconoscere una stoffa, seguirne la trama e talvolta, tagliare e ricominciare.  A ogni vendemmia l’uva cambia: Jessica la osserva, impara a conoscerla, prende le misure.

«Far vino per me è sinergia» mi dice.

Camminando accanto a lei tra i filari, quella parola prende corpo. Tra le vigne si muovono oche e galline, piccoli guardiani che contribuiscono a nutrire il suolo. Poi ci sono i cavalli: madre e figlia. A loro Jessica è legata da un amore viscerale. Ed è proprio dai cavalli che comincia la storia di Fattoria del Pino.

Siamo a Montalcino, nella zona di Montosoli, sul versante senese della collina. Circa trentacinque anni fa il padre di Jessica acquistò il podere per tenerci i cavalli. La famiglia abitava in centro; qui trovavano spazio gli animali e la vita di campagna. L’attività vinicola sarebbe arrivata nel 2000, mettendo radici in un luogo già amato.

Oggi poco meno di sei ettari di sangiovese, circondano un casolare toscano in pietra costruito nel Seicento, ampliato in tre epoche successive, ristrutturato per ospitare la cantina. Le sue mura raccontano una trasformazione lenta, alla quale Jessica ha aggiunto il proprio capitolo.Anche il nome, Fattoria del Pino, porta con sé un’immagine. Jessica richiama i pini che adornavano le dimore nobiliari, mentre davanti a noi ci sono le case contadine, la pietra, gli intonaci. Una bellezza quotidiana segnata dal lavoro e dalla vita di chi è passato di qui.

Camminiamo su terreni galestrosi, tra argille calcaree e componenti arenacee. I vigneti guardano a nord-ovest, su un altitudine tra i 425 e i 460 metri. Sotto i nostri piedi corrono vene d’acqua, una caratteristica preziosa della zona di Montosoli. 

L’acqua, la ventilazione e le escursioni termiche tra giorno e notte, aiutano le piante a mantenere il proprio equilibrio. Jessica accompagna questa combinazione con una conduzione attenta, rispettosa delle esigenze dei diversi cloni di sangiovese e delle diverse sfaccettature dei terreni. 

Ci fermiamo davanti ai grappoli. Jessica ha un modo tutto suo di descrivere le cose: trova immagini così nitide e immediate che sembrano appartenere da sempre alla saggezza popolare. «Guarda quell’uva — mi dice — sembra messa lì col pennello e attaccata da un pittore». L’accento toscano dà alla frase un ritmo schietto e una simpatia a cui è difficile resistere. In quella bellezza si vedono il lavoro e la soddisfazione, anche senza poter contare le ore che sono servite per arrivarci.

Penso di nuovo alla sartoria. Prima di tagliare bisogna conoscere la stoffa; per scegliere come lavorare un’uva bisogna averla seguita. Ogni gesto lascia un segno. Servono precisione e sensibilità, anche per riconoscere il momento in cui fermarsi. 

In cantina le fermentazioni partono spontaneamente grazie ai lieviti indigeni, le macerazioni sono medio-lunghe e la chiarifica avviene per sedimentazione naturale. Il vino attraversa le stagioni, deposita, riposa. La sua energia qui, sa aspettare. Mi colpisce questa donna così vulcanica, capace di mettere in movimento tutto, che davanti al vino riconosce il valore della pazienza.

Assaggiamo i vini direttamente dalla botte, perché, come dice Jessica: «a far assaggiare dalla bottiglia son buoni tutti». Mi viene da sorridere, ma il punto è serio: offrire un vino ancora in divenire significa mostrarlo con le sue promesse e gli spigoli da smussare. Per chi lo produce è un modo di mettersi a nudo, di condividere il lavoro mentre sta ancora prendendo forma.

Passiamo ai vini in bottiglia. Il primo è il suo vino del cuore: Jeccardo. Il nome unisce Jessica e Riccardo, suo figlio. «Un vino ibrido, come me» dice. È un Rosso di Montalcino da sangiovese in purezza al quale riserva un’attenzione speciale. La scheda tecnica riassume il percorso in otto mesi in rovere di Slavonia e un lungo riposo in acciaio. Il lavoro reale è più minuzioso, fatto di ascolto e aggiustamenti: si alternano acciaio e legno seguendo l’annata e la risposta del vino, senza una sequenza rigida. Il punto fermo è l’uscita, dopo cinque anni, insieme al Brunello della stessa vendemmia. Nel bicchiere è teso, vibrante, come l’anima di chi lo fa. Il frutto si avviluppa alle note balsamiche, il tannino è fine, ben centrato e il finale è precisissimo.

Il Rosso di Montalcino più “classico” racconta il lato più immediato del Sangiovese: bacche rosse, rosa canina, tannini gentili e un finale fresco, agrumato. Trascorre un anno in acciaio e sei mesi in rovere di Slavonia. Ha il carattere di un vino che invita a tornare al bicchiere, con naturalezza.

Nel Brunello di Montalcino il tempo allarga il racconto. Dopo un primo passaggio in acciaio, il vino trascorre trentasei mesi in botte grande di rovere di Slavonia e oltre sei mesi in bottiglia. «Una scarpa di vacchetta cucita con il filo di cuoio», lo descrive Jessica, con una di quelle immagini che restano impresse. Nel sorso, il legno è perfettamente integrato: emergono la polpa e la succosità che amo nel sangiovese di Montalcino, sostenute da un tannino levigato e da un’acidità che dà slancio e accompagna il vino fino alla chiusura. Ha una forza composta ma penetrante, nella quale riconosco l’animo di Jessica.

Completa la produzione il Vinvalè, rosso IGT, sangiovese della vigna nuova. Un anno in acciaio e quattro mesi in legno accompagnano un carattere giovane, morbido e generoso nel frutto, tra prugna e bacche rosse. È il vino della tavola quotidiana, della bottiglia aperta per il piacere di stare insieme.

Dalla sartoria alla vigna, Jessica ha portato con sé uno sguardo allenato a immaginare e mani abituate a fare. Ora si confronta con una materia viva, che ogni anno le chiede di rimettersi in gioco. Quando ripenso alla passeggiata, la rivedo tra i filari. Attorno ci sono il casolare, i cavalli, le viti. Lei parla e ogni cosa trova posto nel racconto, legata alle altre da un ricordo, una scelta, la forza di un grande amore. 

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