Già se ne parlò sei anni fa, ma oggi è tornata alla ribalta delle cronache quella che i commercianti bolognesi hanno ribattezzato “Delirium tax” , una tassa legata all’idea che ogni elemento messo in vetrina debba essere tassato come fosse una sorta di pubblicità non ammessa. Capiamoci bene: se un ristoratore non mette il menu in vetrina, subisce una multa, se lo mette viene tassato. La vicenda assume contorni kafkiani, il Comune risponde per bocca del vicesindaco, dicendo che verranno presi provvedimenti adeguati, ma intanto le multe fioccano e i verbali vengono compilati. Sulla vicenda specifica potete approfondire  leggendo anche qui, ma quello che veramente sconcerta è capire che, chi apre un’attività, è soggetto ad essere giudicato da funzionari che “interpretano” le norme a loro piacimento. I pubblici esercizi, bar, ristoranti ed altri locali, sono soggetti al controllo di un numero imprecisato di organismi che cercano spesso, in maniera pervicace, di coglierli in fallo, magari su elementi di poco conto: tutti coloro che non hanno mai lavorato in un ristorante, o hanno posseduto un’attività ristorativa, non si rendono conto che cucinare diventa l’ultimo dei pensieri, in questa Italia incredibilmente schizofrenica. Se ora si aggiunge la tassa sul menu esposto, bisognerebbe tornare all’oste di una volta, che declamava il menu a voce, salvo poi trovarsi alla fine conti stratosferici, avendo l’impressione di essere stati gabbati. Credits confartigianatobolognaimola.it

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