“Io pago, quindi faccio quello che voglio”. In una frase imperiosa come questa si racchiude quello che i clienti pensano, spesso, di poter fare: ma è sempre così? Gastronomicamente parlando, quanto è possibile e giusto questo atteggiamento? Prendiamo degli esempi spiccioli:il limone nel fritto non ci va? Ce lo metto lo stesso. E sulla bistecca? Giammai, e io invece ne spremo uno! La fiorentina va cotta al sangue: la preferisco ben cotta! No, il parmigiano sugli spaghetti alle vongole no! Un’altra formaggiera, please! La vera carbonara è con pecorino, guanciale e uovo intero. Ridatemi quella con panna, bacon e parmigiano! La cottura al dente è indispensabile per gustare la pasta. La faccia ricuocere che così non la mangio..e si potrebbe continuare all’infinito ma la questione da porsi è: il cuoco deve soddisfare il cliente sempre e comunque o può rifiutarsi? A ben vedere poi, anche i clienti comunque, hanno quella che in gergo calcistico, si chiamerebbe “sudditanza psicologica” ovvero dallo chefstar, avrebbero più di un problema a chiedere cambiamenti sulle ricette, cosa che fanno senza problemi nella trattoria sotto casa o in pizzeria. Dunque, dipende dalla personalità dello chef? Dalla mancata educazione del cliente? Chi ha ragione? Intanto, attenzione a chiedere un gazpacho caldo..Credits corradot.blogspot.it
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