Se uno volesse smitizzare il prodotto, basterebbe pensare a quanti centilitri di alcol puro si mette in corpo ad ogni sorso (SALUTISTA), a quanto costano pochi decilitri di liquido (PARCO), alla cattiva qualità, spesso, di ingredienti utilizzati (CRITICO). Se uno invece si fa affascinare dal barman intento a preparare il cocktail, quello che uno paga non ha prezzo. Già, il barman, lavoro che non è poi così apprezzato, oggi, come merita: si tratta di un fine psicologo che lavora in smoking, che deve sapere le lingue, meglio se più di una, che non deve avere una vita privata complicata perchè di problemi, soprattutto amorosi, ne sente ogni giorno, e soprattutto, strano ma vero, deve avere un rapporto con i superalcolici molto misurato ovvero, non deve bere durante il servizio: la sua abilità sta nell’avere mente lucida e movimenti plastici nell’esecuzione del bere miscelato. Se uno ben ci pensa, il cocktail è un prodotto dal massimo rendimento con il minimo sforzo: il ricarico economico che viene effettuato si deve sostanzialmente al fatto che è una preparazione che viene fatta al momento, sotto gli occhi del cliente; se invece si calcolano i singoli ingredienti, dovrebbe essere venduto a pochissimo. La tendenza attuale è quella di migliorare la qualità, e sicuramente, se il gin è buono, il rhum è eccellente, la vodka strepitosa, la differenza nel bicchiere si sente eccome. E gli stuzzichini? A volte opere d’arte, che soddisfano in piccole dosi, con un aperitivo eccellente si salta una cena. E tutto questo ambiente lo vogliamo banalizzare con le apericene? Che tristezza! Credits giochi.giava.com

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Un commento

  1. Sono d’accordo con lei.

    Non a caso da circa 10 anni, ne ho quaranta, sono una frequentatrice dell’Harry’s bar di Firenze dove accade esattamnete tutto quello che lei ha appena elencato.

    C.