Magari qualcuno non le ha mai sentite nominare, ma in Toscana, perlomeno le persone di generazione più antica le “cee” le  hanno assaggiate non poche volte: si tratta di novellame che, trasferendosi dalle acque salate a quelle dolci si vorrebbe trasformare in anguilla. Il nome deriva dal fatto che gli occhi sono in via di formazione: infatti, la pesca avveniva di notte, con le lampade, in modo che fosse facile raccoglierle in quantità. Molto comuni sulle tavole della costa livornese e pisana, venivano preparate in maniera molto semplice: saltate in padella con olio extravergine di oliva, aglio e salvia, finire con una piccola macinata di pepe bianco. Oggi non è più possibile pescarle, a causa dello sterminio che ne verrebbe fatto, impedendo, di fatto, il mantenimento di un equilibrio dei nostri mari per l’impoverimento dell’ecosistema. Le anguille, per chi non lo sapesse, sono una specie in via d’estinzione e quindi protette. I costi variano dai 300 ai 500 euro al chilo, molto più di prodotti che nell’immaginario collettivo rappresentano il lusso in tavola, come aragosta e scampi. Solo che qui c’è il gusto del rischio.. Credits www.alimente.elconfidencial.com

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