Ci sarebbe da chiedersi se si debba mettere una moratoria sul le manifestazioni sul cibo da( o di…) strada, ovvero quanto questo termine stia diventando una moda per attirare persone o quanto in realtà serva a valorizzare un genere di ristorazione a rischio comparsa. Già il di o da pone una differenza fondamentale: di strada per cucinarlo e da strada per consumarlo, e qui si fa notevole la differenza per capire la vera storia. La piadina o il panino con il lampredotto, ad esempio, uniscono i due elementi, ma la porchetta no, senza un forno che la cuocia in precedenza non potrebbe certo essere apprestata in strada. Ma questi sono aspetti marginali, più adatte a  discussioni tra iper appassionati: quello che uno si chiede è quanto il nome venga sfruttato solo per vendere prodotti di dubbia qualità, che poco abbiano a che fare con la vera tradizione. Anche mangiare un panino al prosciutto è street food? Non stiamo esagerando? Non sarebbe il caso di cominciare a dare un regolamento, a far vedere l’esecuzione del piatto, a stabilire il non utilizzo di determinati ingredienti? Il trippaio che vende anche i panini con il prosciutto arrosto confezionato e le salse già pronte, pur essendo storico, ha motivo di essere ancora citato? Quale tipo di resistenza gastronomica mette in atto quando cede alla moda imperante di un qualunque fast food? E’ vero che si deve campare, ma allora, cosa parliamo quando diciamo “street food”? Credits tafter.it

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