Cavazza: da quasi un secolo produttori a Gambellara

Gambellara è uno di quei nomi appresi al corso per sommelier, nei numerosi tentativi di ricordare a memoria le doc e docg del Veneto. E quel Recioto di Gambellara tanto decantato negli anni di studio e praticamente mai assaggiato. Insomma i vini di Gambellara non si trovano facilmente, almeno per la mia personale esperienza. Peccato, perché qui, al confine con le terre del Soave, la garganega, ovvero il vitigno impiegato, è assai performante.

Il territorio è piccolo e pochi sono gli ettari vitati distribuiti su quattro comuni; vige una zonazione in 6 microaree, e ben due denominazioni la DOC Gambellara per la garganega in versione ferma, classica, spumante e per il vin santo e la DOCG per il Recioto.

I terreni sono di origine vulcanica, come quelli del vicino Soave e dei Monti Lessini, pietre scure, dure, suoli di buona fertilità. Una piccola enclave dalla forte vocazione viticola fin da tempi remoti.

Selva di Montebello, dove ha sede l’Azienda Agricola Cavazza

Qui a Montebello Vicentino, per la precisione a Selva di Montebello, una delle sottozone del Gambellara, la famiglia Cavazza si occupa di vino dal 1928, anno in cui Domenico Cavazza acquista casa con annesso lo storico vigneto Bocara. Oggi l’azienda è guidata da quattro cugini affiatati e appassionati, la quarta generazione Cavazza: Elisa, Stefano, Andrea e Mattia gestiscono l’azienda che negli anni è cresciuta e conta oggi 130 ettari vitati e due tenute, la storica di Gambellara, sede dell’azienda e Tenuta Cicogna sui Colli Berici, di più recente acquisizione.

Azienda Agricola Cavazza: la sede di Gambellara

E quattro sono anche le versioni di garganega proposte: i Gambellara Classico Bocara e Creari, il Capitel Recioto e il Recioto Spumante; e quest’anno, dopo ben 20 anni di non produzione, sono state messe ad appassire uve per tornare a fare anche il Vin Santo di Gambellara.

Gambellara Classico Bocara Magnum 2020 e 2023 con la nuova etichetta

Il Gambellara Classico Bocara, garganega in purezza, assemblaggio di uve da vari vigneti della sottozona della Bocara è il bianco di punta dell’azienda, quello con la maggiore produzione, vinificato solo in acciaio e pensato come un vino dalla pronta beva. Parliamone; il Bocara 2020, assaggiato da magnum è buonissimo, nessun cenno di ossidazione o cedimento della parte aromatica. L’evoluzione in bottiglia porta con se un tratto fumé molto gradevole, che accompagna certe note mai ingombranti di mandorla e vaniglia. Scorrevole al sorso ha ancora vita davanti a sé alla faccia del vino da consumo immediato. Il Bocara 2023, annata in commercio, ha i caratteri di un vino giovane e un po’ più massiccio al sorso, poiché figlio di un’annata molto calda.

Il Gambellara Classico Creari, anch’esso garganega in purezza, proviene dall’omonima sottozona, da un unico vigneto di oltre 40 anni con viti allevate a pergola veronese. Qui il suolo vulcanico ha una peculiare presenza di calcari, che forse hanno a che fare con la discreta sapidità avvertita in chiusura in tutte le annate assaggiate. La parola forse è d’obbligo quando si insinua una qualunque relazione suolo-profilo minerale del vino. Il Creari è la garganega pensata per il lungo periodo, infatti adesso si trova la 2020 in commercio; le uve sono raccolte un po’ più mature e il mosto è sottoposto a macerazione pellicolare in pressa per 48 ore. Tutto questo arricchisce il profilo gustativo e la texture del vino, dona consistenza e una maggiore lunghezza tattile in chiusura. Dal punto di vista aromatico a mio avviso non aggiunge molto e forse carica in eccesso quel bouquet naturalmente floreale e goloso della garganega.

La garganega ad appassire sui picai

E veniamo alle versioni passite: Recioto di Gambellara e Vin Santo di Gambellara. Entrambi si ottengono da uve garganega appassite sui picai e si differenziano per la durata dell’appassimento, più lunga nel caso del Vin Santo, per il residuo zuccherino che ne consegue e per l’affinamento. Il Vin Santo è una novità che la famiglia Cavazza ha deciso di riprendere quest’anno, dopo 20 anni di assenza di questo prodotto, che ormai a Gambellara, il vin santo è più un lascito del passato, e sono rimasti in pochi a produrlo, complici le bassissime rese e il lungo affinamento. Il Recioto invece è prodotto in maggiore quantità e può essere un passito “lavorabile” in ristorazione. Proprio perché addetta al settore, mi rendo conto della difficoltà di vendere i vini dolci , che sono ormai prodotti quasi fuori mercato. Il Recioto, in virtù di un residuo zuccherino contenuto e quindi una dolcezza meno sparata e un prezzo accessibile, potrebbe essere un prodotto da tenere al bicchiere e magari da proporre in abbinamenti alternativi al classico fine pasto che non si fila più nessuno.

Il Vin Santo di Gambellara Selva 2002 e il Recioto d Gambellara Capitel 2020

A questo proposito il Cavazza Capitel 2020 Recioto Classico proposto a 18€ franco cantina il mezzo litro, li vale tutti: fiori secchi, caramello, carruba e pasta di mandorle, scorrevole al sorso e non troppo oleoso come potrebbe dare a intendere una garganega appassita, ha un buonissimo finale salato che non stanca affatto.

L’altra anima di Cavazza, di più recente acquisizione è Tenuta Cicogna, sui Colli Berici. Qui sono impiantate principalmente varietà internazionali: merlot, cabernet e syrah e per fortuna ancora un poco di tai rosso, il fu tocai rosso, vitigno autoctono dei Colli Berici e ormai coltivato solo da queste parti.

I vini di Tenuta Cicogna in degustazione: verticale di cabernet e merlot

Nella piacevole conversazione intrattenuta durante la degustazione dei vini di Tenuta Cicogna si è posto l’accento sulla difficoltà di far emergere la denominazione Colli Berici, benché abbia vocazione viticola storica. In questa zona del Veneto vi sono varie altre doc che a mio avviso condividono le difficoltà dei Colli Berici. Ora io credo che puntare sull’ennesima interpretazione, seppur piacevole, di varietà internazionali non sia la via più semplice.

Colli Berici Tai rosso Corallo 2021

Mi chiedo se invece puntare sulla ricchezza originaria del luogo, ovvero il Tai rosso, possa essere invece una strada praticabile più mirata. Non so se questo vitigno sia problematico dal punto di vista agronomico, o di rese e per tale motivo non ritenuto quello su cui puntare; ma da un punto di vista di gusto non gli manca nulla per essere un rosso dalle forti connotazioni contemporanee. E’ un vitigno parente della grenache, con cui condivide le caratteristiche di agilità, frutto croccante, tannino moderato, freschezza e beva, declinate in versione berica. Ha le carte per essere il portavoce di un territorio, al pari di una schiava, vedi Lago di Caldaro, o di una perla enologica come la pelaverga per Verduno.

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2 Commenti

  1. Buonasera,
    scusate se vi disturbo ho trovato nella mia piccola cantina una bottiglia Creari Gambellara classico Italia L01941 del 2009 azienda agricola Cavazza .
    non avevo guardato la data….ho aperto la bottiglia si può bere ?

    Cordiali Saluti
    Antonio Ranzato

    • Buongiorno Antonio, il Creari 2009 dovrebbe essere nella bottiglia di vetro trasparente vero?
      Lo abbiamo assaggiato durante la visita in azienda ed aveva qualche cenno di ossidazione, ma potrebbe dipendere dalla bottiglia. Diciamo che i vini di questa zona hanno un bel potenziale di invecchiamento in generale, ma l’ultima parola è data dall’assaggio. Ti suggeriamo di aprirla e non attendere oltre e poi facci sapere!