di Sabrina Somigli

 

A Radda bisogna per forza andarci, almeno una volta nella vita. Come a Roma. La via Chiantigiana ha da essere la nuova via Francigena, il cammino del pellegrino verso la salvezza, che poi si allaccia alla Statale SR 429 di Val d’Elsa. Come tutte le vie che portano alla redenzione è impervia , si snoda in una selva selvaggia, aspra e forte di boschi ed è piena di insidie enologiche che portano nomi come Monteraponi e Val delle Corti. Incroci pericolosi come il bivio per Caparsa o peggio ancora quello di Istine, possono indurre in forte tentazione sulla via della redenzione alcolica. E se la strada, oltrepassato il paese e l’innesto con la provinciale di Lucarelli, può apparire spianata, sappi che ti aspettano ancora a sinistra Volpaia e Montevertine e se superi indenne quella selva oscura di pergole torte, puoi sempre inciampare in Poggerino, pericolosa deviazione sulla destra.

Ma se tu non omo già fosti che il sangiovese d’esto loco selvaggio fa tremare vene e polsi, a te convien tenere altro viaggio.

Or però mi sovvengo che sto guidando, a 25 all’ora, dietro un trattore carico di legna respirando la fresca aria chiantigiana intrisa di gasolio agricolo. I versi lasciano la strada a una serie di coloriti aggettivi rivolti al sereno guidatore del trattore che mi precede e che nemmeno si è accorto di me.

Ho superato tutte le meravigliose insidie etiliche di cui sopra e ora a fermare la mia corsa dritta nelle fauci del Castello di Albola è un Fiatagri.. Fine della poesia.

Finisce la poesia e comincia la fiaba; del resto c’è sempre un castello nelle fiabe serie, circondato da fossi popolati di draghi feroci e una principessa imprigionata da un orco cattivo. Ma Radda non è luogo di principesse delicate e schizzinose, che avvertono un pisello sotto 10 materassi, e ad abitare il Castello di Albola è un gigante buono mentre gli animali più temibili sono dei piccoli galli neri il cui intento non è far paura ma far gola.

Il gigante si chiama Zonin, a Radda si estende per una superficie di circa 900 ettari, di cui 150 vitati, ed è tra le realtà più grandi del Chianti Classico. Ma non mette paura; le dimensioni di una azienda vinicola non per forza sono inversamente  proporzionali alla qualità del vino. In ambito vinicolo pensare che solo il piccolo è bello vuol dire essere un po’ gnomi di mente. E io dal mio metro e mezzo di altezza sono più che mai sostenitrice delle short size e convinta che nella botte piccola ci sia il vino buono. Solo che spesso nella botte grande c’è un vino ancora migliore.

Ma più che le parole contano le bevute. Bere per capire. E io ho bevuto: Castello di Albola Riserva e Gran Selezione Il Solatio, più volte e annate diverse. Non ho la presunzione di aver capito, ma sicuramente ho goduto e una idea me la sono fatta. Il Solatio è il prodotto delle mani di un gigante che agisce sul piccolo vigneto, ne ha cura e rispetto, e ha i mezzi per farlo. Il Solatio che nasce da un piccolo vigneto abbarbicato a 600m di altezza  esposto a sud est (nomen omen), esprime perfettamente un territorio, riflette l’andamento della stagione nelle diverse annate,  senza perdere riconoscibilità e stile. E’ uno di quei vini falsi timidi: “sai vengo da Radda, dalla cima del cucuzzulo di alberese, ho da essere per forza scontroso e schivo”. No; è certo raddese, e gli ci vuole qualche anno per entrare in confidenza e rivelarsi in tutta la sua bellezza, ma anche nelle annate più recenti non lesina in profumi e impatta il palato largo e persistente.

Castello d’Albola: il gigante buono che oggi mi ha fatto crescere di qualche centimetro.

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