Si è svolta a Siena, nel Complesso Museale Santa Maria della Scala, la prima edizione di BE.COME More than Wine Experience, tre giorni di evento firmato Allumeuse Communication. Tema della prima edizione Understanding present to reshape the future.

Ho partecipato all’evento nella giornata di lunedì, di seguito il racconto delle attività e le impressioni.

Ma prima di tutto cosa è Be.Come?

Come recita il nome è more than a wine experience, poiché si propone come momento di incontro, dialogo e promozione tra i settori di punta del made in Italy: moda, arte, design, food, ristorazione, accoglienza di alta gamma e ovviamente il vino, che è rappresentato da un selezionato gruppo di grandi brand che coniugano forza e qualità (da Domenico Clerico a San Leonardo, da Il Marroneto a Masciarelli, da Tasca d’Almerita a Cantina Tramin, tanto per fare alcuni nomi). Un’ interpretazione dell’evento vinicolo eclettica e trasversale che assume i connotati di un vero momento di networking ad ampio raggio. Lontano dal concetto di fiera vinicola, forum o congresso. A mio avviso un po’ di tutto questo, ma anche molto di più. E tutto in chiave molto attuale. L’understanding the present,  declinato nei vari giorni in esperienze nel metaverso, loyalties nella cultura digitale, collezionismo del vino che compra in criptovaluta, nella giornata del lunedì ha affrontato il tema del mercato dei fine wines come beni di investimento a medio e lungo termine. 

Dal panel è emerso che la crisi energetica e l’inflazione non scalfiscono il mercato dei fine wines, che, anzi, continua a crescere a livello globale e soprattutto in Italia, dove il numero di investitori è in costante aumento. Nell’ultimo anno il valore dei vini di pregio italiani cresciuto del 15,4%, rendendoli a tutti gli effetti un bene rifugio, come l’oro o l’arte. “Sono tre i fattori primari che conferiscono valore al vino di pregio e lo proteggono dalle perturbazioni dei mercati tradizionali” ha affermato Justin Knock MW, Wine Director di Oeno Group, uno dei partner dell’evento, “Il primo è l’altissima qualità dei prodotti di questo settore. Il secondo è quello della rarità, elemento determinante per definire il valore di un vino. Il terzo è l’alta domanda per un settore dalla produzione così limitata. Ricordiamoci che meno dell’1% della produzione mondiale può essere definito fine wine”. 

Dal dibattito è emerso anche che non tutti i fine wines sono “vini da investimento”; essere un vino di pregio è uno dei requisiti del vino da investimento, che però ha anche altre caratteristiche: è soprattutto un vino di brand, viene da una zona quotata (denominazione ad esempio), è capace di invecchiamento (per rivenderlo occorre aspettare il momento in cui l’offerta, di per sé molto scarsa, diventa ancora più bassa), da cui l’altro requisito ovvero essere un vino raro e un vino richiesto sul mercato secondario. A cui si aggiungono provenienza certa della bottiglia, garanzia di non contraffazione e corretta conservazione.

La masterclass a cui ho partecipato, dal titolo “Instant Classic. Iconic italian red” tenuta da Gabriele Gorelli MW e ambassador di Oeno Group ha visto protagonisti 9 fine wines in chiave Instant Classics. Instant Classic è qualcosa che trascende il tempo e continua a comunicare a prescindere dall’età e che è capace di stabilire una connessione sempre più intima col soggetto coinvolto. Dante Alighieri è un esempio molto bello di instant classic, sempre attuale dopo 700 anni dalla sua morte. Gabriele ha fornito una angolazione diversa con cui approcciarsi al bicchiere. Di ogni vino è stata descritta la classicità, ciascuna funzione di ragioni diverse, una prospettiva di degustazione molto originale, e una opportunità di apprendimento che mi ha entusiasmato.

 

 

 

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