Più che di globalizzazione del gusto, un argomento che viene affrontato ad ogni piè sospinto da un pubblico vasto di opinionisti di vari settori, quello che più mi terrorizza per il futuro è la banalizzazione del cibo. Siamo sempre meno abituati ad affrontare sapori che si discostino da schemi ripetitivi, che tendono ad ammaliare senza impegnare a fondo il nostro palato. Vedere i giovani che affollano i fast food, convinti che quello che mangiano sia buono, mi lascia pensare che siamo di fronte ad una vera e propria regressione. Nel passato, l’adolescenza era segnata da tappe di avvicinamento all’età adulta che vedevano coinvolto anche il momento del pasto. Il primo assaggio di vino, la prima minestra con i legumi e poi la carne stufata, i sapori piccanti: tutto mostrava un’evoluzione che seguiva giustamente l’incedere dell’età. Oggi si tende a non utilizzare più uno dei gusti percepiti: l’amaro in ogni sua forma viene bandito, quasi dovesse rappresentare il veleno. Perchè si serve una salsa come il tomato ketchup insieme alla carne o alle patate? Come mai la panna impera ancora oggi, malgrado le tante voci che si levano contro, in piatti nei quali si rivela inutile? Non si tratta, insomma, di demonizzare un ingrediente specifico, quanto di utilizzare tutta la gamma di quelli a disposizione nella maniera appropriata. Trovare un giovane che ama la cicoria o le rape appare impresa ardua, il fegato con il suo gusto inizialmente non riesce a conquistare . Non parliamo poi della fatica che provoca il consumare determinati prodotti: ad esempio, i crostacei, che vanno bene solo serviti sgusciati, con buona pace dei buongustai che amano succhiare le chele o la testa, ricche di umori e sapori, le frattaglie in genere sono bandite. L’importante è che il futuro non ci trovi costretti a dover mangiare la pasta con la marmellata: diventerebbe una prova incontrovertibile che anche le leggende diventano realtà Credits livingvegan.blogspot.com

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