L‘anteprima della Vernaccia di San Gimignano è anche l’occasione per assaggiare vini che non appartengono alla denominazione.

Come di consueto l’appuntamento nella Sala Dante del Comune vede la Vernaccia a confronto con altri grandi vini bianchi italiani e non.

Per l’Anteprima 2020, la degustazione ideata e guidata da Alessandro Torcoli aveva come titolo “La Vernaccia di San Gimignano: un grande classico toscano incontra i nuovi classici del mondo. Alla ricerca dei vini di territorio”.

Ovvero 6 Vernaccia selezionate tra oltre 60 campioni, che hanno cercato di coprire zone e stili diversi, e più annate, in modo da dare una panoramica generale e attuale sulla Vernaccia di San Gimignano. Dall’altra parte 6 vini da vitigni “internazionali”, provenienti da California, Sudafrica, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Argentina.

Differenza tra classicità e territorialità

Il fulcro dell’incontro stava proprio nel concetto di “classico” da una parte e vini “di territorio” dall’altra.

Classico, nel suo significato primario indica ciò che è tipico, fortemente caratterizzato, una sorta di modello originale che rappresenta l’esempio cui ispirarsi.

In Italia il termine Classico applicato al vino ha una accezione diversa, ovvero  indica la provenienza dalla regione storica di produzione (Chianti Classico, un esempio su tutti).

Quando ci si riferisce ai vini considerati classici al livello mondiale, la definizione si amplia a due aspetti: che i vini siano riconoscibili, e che siano al tempo stesso reperibili sui principali mercati. Aspetto chiave quello della reperibilità, senza la quale viene meno la condizione per essere riconosciuto dai più e quindi diventare un classico.

La Vernaccia racchiude in se entrambi gli aspetti: è un grande classico tra i vini bianchi italiani, ma è senza dubbio anche un vino fortemente territoriale, prodotto soltanto nell’area di San Gimignano.

Per la degustazione la scelta del relatore è stata di servire i vini bendati e di fornire alla platea soltanto la lista dei vini in ordine sparso. Un’ottima scelta, che libera la mente da preconcetti e rende l’assaggio davvero scevro da ogni opinione precedente. L’assaggio alla cieca è sempre un momento molto stimolante e di grande concentrazione; la sfida è privata e personale, e ci vuole la conseguente umiltà di ammettere a se stessi: ok qualcosa ci chiappo oppure ok sono una schiappa.

Le Vernaccia di San Gimignano in degustazione

Mormoraia- Ostrea 2017: non ho riconosciuto l’azienda, ma l’ho riconosciuta molto bella. Piacevole e tipica, è piena in bocca con ricordi di pesca, scorza di limone e sale sul finale. La soddisfazione immediata.

Fattoria Poggio Alloro- Le Mandorle Riserva 2014. Presa! Dorata, complessa, ampia. Noce moscata ma anche cenni mentolati e un finale di bocca ammandorlato, di frutta secca tostata e cioccolato bianco.

Teruzzi – Sant’Elena 2016. Non celo sigh. Bella complessità olfattiva ottenuta senza alcun passaggio in legno; profumi e aromi di bocca più verdi, legati al vegetale, a discapito del frutto. Sul finale pesto di mandorle e erbe aromatiche e bella sapidità.

Il Colombaio di Santa Chiara- L’albereta Riserva 2014. Celo celo!!!! E’ lo stile divertente, new generation dei fratelli Logi che si distingue. Tensione straordinaria, pesca bianca, cenni di menta e pasta di mandorle. 

Panizzi- Riserva 2013. Celo celo!!! E’ quello stile raffinato che trovi nelle vernacce di Panizzi che sa coniugare spessore e legno a una beva mai faticosa e di grande soddisfazione.

La Lastra- Riserva 2013: non celo per un pelo! Peccato aver mancato questo riconoscimento, perché mi piacciono i vini di questa azienda, verticali e pietrosi, il nome non è un caso. Vini forse più austeri, tutti d’un pezzo, ma anche molto gastronomici. Qui mi ha confuso l’idee l’annata credo…

In conclusione ci chiappa o schiappa? Insomma via, la ragazza si impegna ma potrebbe fare di più..

E veniamo ai vini del Nuovo Mondo ritenuti classici

Qui il gioco era riconoscere il vitigno tra quelli dati.

Francis Ford Coppola- Director’s Cut Russian River Chardonnay 2017 (Stati Uniti). Got it!  Il mio nome è Bold. Muscoloso, ricco quasi eccessivo, legno in evidenza e ricchezza alcolica. Della serie se non prendevo questo potevo salutare la curva tra insulti e monetine. Classico si 🙂

The Society’s- Stellenbosch Chenin Blanc 2019 (Sudafrica). Got it! Pefforza; quando pensi che stai bevendo un bianco buonissimo, spesso potrebbe trattarsi di chenin! A parte gli scherzi, non ho dimestichezza coi vini del Sudafrica purtroppo, ma con una tale acidità, una tale eleganza e quella sensazione cerosa che lo rende al palato liscio e vellutato ho pensato di spararla subito. E’ andata. Classico buono

Grosset-Polish Hill Vineyard Claire Valley Riesling 2019 (Australia). Got it ma con forte titubanza. Questo riesling m’ha fatto penare, perché l’idrocarburo s’era nascosto per bene. Quindi ho rimesso il bicchiere a posto sono andata avanti con gli altri vini poi l ho ripreso in mano più volte. Alla fine il misto di agrume, pesca bianca e finalmente un poca di grafite, una benzina “molto verde”, a basso impatto olfattivo mi hanno portato, al riesling ..o la va o la spacca. Classico slow

The Society’s- Hunter Valley Semillon 2018 (Australia). Per esclusione, restava solo il semillon!! Ovvero dopo aver ipotizzato il vitigno per ogni bicchiere, restava questo, il numero nove, questo sconosciuto a cui ho dato una identità a caso: semillon. Su questo brancolavo nel buio. Leggero minerale, pompelmo rosa, ho sentito una lieve spezia  e anche un certo peso di bocca, ma da lì ad affermare che fosse semillon ci correva. Eppure Torcoli lo ha descritto come quello più “classico” in assoluto del Nuovo Mondo, quello riconoscibile in modo inequivocabile. Vabbè dai, non avendolo mai assaggiato prima, forse ridimensiono la figuruccia. O forse il contrario. Liceo Classico?

Greywacke- Wild Sauvignon Marlborough 2017 (Nuova Zelanda). A questo punto della degustazione erano rimasti fuori uno chardonnay e un sauvignon, e quindi non ci voleva uno scienziato per individuarlo. Da solo non so se ci sarei arrivata, perchè l’impatto olfattivo è destabilizzante; un profumo davvero inedito, curioso e molto molto intrigante. Poi ho pensato alla Tasmania dove ho studiato per mesi e ho ricordato le foreste di Huon Pine, l’odore di  quei boschi, le resine dolci e tutta la bellezza di quelle terre che appaiono come piccole isole, ma sono in realtà piccoli continenti. Una bevuta straordinaria. Il nuovo classico

Bodega Catena- Adrianna Vineyards White Bones Chardonnay Mendoza 2016 (Argentina). L’ultimo. M’è rimasto solo uno chardonnay. Penso: vai è fatta! Lo porto al naso e mi incupisco. Se non mi torna l’ultimo vino devo rivedere tutto ed è la fine. Profuma di verde, vegetale, di prato di montagna, ma anche lime, scorza di limone, nessun accenno di legno. Inizia a vacillare la convinzione che sia chardonnay. Mi resta solo l’assaggio. Bocca con acidità sferzante, ancora sentori vegetali e agrumati, poi assume spessore, come se diventasse più consistente in bocca, una densità che può far pensare a uno chardonnay, ma insomma.. Poi eccola la nota di burro, oh signore grazie! Non solo perché m hai fatto azzeccare il vino, ma perché ci sono nel mondo dei vini così belli. Classico è bello

Questo chardonnay così atipico, ha poi spiegato Torcoli, proviene da vigneti posti a 1000m slm, che gli conferiscono queste acidità pazzesche, inoltre la latitudine lo espone ad una insolazione importante che permette una bella maturazione delle uve che si traduce in un frutto così elegante. E’ uno chardonnay che fa 100% legno, ma impercettibile all’assaggio.

Credits Vernaccia di San Gimignano

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