La visita ad un’azienda vinicola costituisce sempre, a prescindere ,un bell’esercizio di focalizzazione intellettuale. Nel senso che quanto viene mostrato e degustato dovrebbe essere sempre assimilato, giudicato e raccontato con un grano di sale, ma anche senza farsi condizionare da preconcetti di sorta. E’ vero che una certa impostazione personale non può non condizionare percezione ed elaborazione, e vivaddio! Poiché altrimenti tutte le opinioni sprofonderebbero in un conformismo bulgaro, ma non deve mai divenire una lente deformante che impedisce di notare quei particolari che danno un senso a una visione d’insieme.

A questo pensavo mentre venivo condotto ad Ampeleia, ameno rifugio di una visione olistica del rapporto con la terra (con la Terra) attraverso l’agricoltura, piazzato a mo’ di balcone naturale che consente una visione a volo d’uccello di buona parte di Maremma, purtroppo mortificata al momento della nostra visita da un’umidità malata che impediva allo sguardo di perdersi verso il riflesso del mare, lontano ma non troppo. Una caligine che richiamava il pensiero al global warming, oggi ineliminabile condizione al contorno della strategia attraverso cui gestire un’azienda agricola.

Strategia che è stata pianificata e implementata con un lento ma meditato procedimento a base di tentativi ed errori. Un po’ la naturale conseguenza di come questo sogno/progetto è nato.

La famiglia Podini, nella persona del dott. Giovanni, negli anni lo ha sviluppato con l’apporto di Elisabetta Foradori, ora membro del CDA. Elisabetta è una produttrice la cui parabola professionale è transitata dalla perfezione tecnica che ha dato nuova visibilità al Teroldego, al desiderio irrefrenabile di rendere funzionale questo conseguimento ad un’espressività territoriale cui si attagliano numerosi attributi: nuova, approfondita, al di fuori degli stereotipi, onnicomprensiva, olistica, meno invasiva, rispettosa di un equilibrio millenario definito a monte, e non solo perché lo sfondo di questa avventura erano i giganti delle Alpi. Anche biodinamica, certo, ma non nei termini dell’applicazione pedissequa di un protocollo più o meno modaiolo, bensì come espressione descrittiva di un insieme di azioni giustificate da uno SCOPO.

Il quale SCOPO poteva e doveva essere rincorso anche in luogo più ridente, che Elisabetta e due suoi “compagni di merende”, non professionisti del mondo del vino ma appassionati lungimiranti, hanno cercato a lungo, fino ad innamorarsi di questo angolo di Maremma, con l’aspirazione ad esprimerne la “mediterraneità”.

Un proposito che nell’emendarsi dalla genericità poteva far tremare i polsi, e che richiedeva un impegno a tempo pieno di qualcuno dotato di energia ed entusiasmo, nonché dalla mente aperta, e soprattutto paziente! Elisabetta lo trovò nella persona di Marco Tait: un giovane enologo trentino sufficientemente incosciente per assumersi l’onore/onere, versato nell’enologia tradizionale, di cui apprezza la pulizia esecutiva, quando ciò non si traduce in genericità espressiva, e adeguatamente umile nel senso di dare una direzione al proprio lavoro sulla base di quanto si è sbagliato il giorno prima.

E’ così iniziato un lungo cammino, di zonazione “sul campo”, fondendo virtuosamente indagini pedologiche e microvinificazioni, a suon di innumerevoli prove di vitigni/portainnesti/cloni/sesti di impianto, concimazioni e/o sovesci, e chi più ne ha più ne metta. Con la naturale (sic!) transizione verso la biodinamica, per tendere verso un frutto tetragono il più possibile alle variazioni vendemmiali, a una pianta dalla maturazione più regolare e meglio resistente alle avversità climatiche. Ed è anche venuto da sé acquisire nuove parcelle, organizzare le strutture per una vinificazione parcellare, differenziare le etichette e destinare i numerosi vitigni sperimentati (una decina, di cui con il tempo è stato abbandonato solo il Marselan) ad etichette complementari tra di loro, più beverine o ambiziose alla bisogna.

Marco ci ha descritto questo cammino con una consequenzialità che mi ha impressionato: ha evidenziato come ogni stadio di questa crescita quantitativa e qualitativa sia stato la diretta conseguenza di quanto lo aveva preceduto. Durante una lunga passeggiata in vigna, su e giù per una parte di azienda, e una meno rilevante sosta in cantina (dopo tutto, con una buona materia prima, in cantina si possono solo fare dei danni!), praticamente mai gli ho sentito proferire sentenze misticheggianti, bensì una narrazione quanto mai positivamente “quadrata”. Solo l’insistenza in merito al vino che “deve raccontare qualcosa” mi è parsa appena eccessiva, se non altro perché le etichette che abbiamo poi degustato non erano per niente reticenti, anzi.

Per l’appunto, gli assaggi: quanto mai positivi per coerenza di interpretazione ed espressività. Una cuvée di entrata (si chiama Un litro!, come la capacità della bottiglia in cui si vende) succosa ed irresistibilmente beverina.

Un Rosato che accelera in direzione opposta alla Provenza, grintoso e saporito. Un Bianco che sta abbandonando una macerazione più spinta (plaudo!) per accentuare i caratteri di sapidità e gariga e guadagnare in profondità, anche se ciò lo “scarnifica” un po’.

Un Alicante (Nero, ovvero un Cannonau/Grenache) tanto esuberante nel frutto quanto piacevolmente nervoso nel tannino, i quali risultati conseguiti con una gradazione alcolica di soli 13° (!!).

Il Cabernet Franc (vero pallino di Marco) declinato in due etichette che dispiegano didatticamente le peculiarità di due terroir differenti, ma comunque con il frutto che non abdica al carattere balsamico varietale.

E una ricercata selezione di Merlot (Empatia), venduto solo in Magnum, che riconcilia con il vitigno a suon di toni fragranti e di una vegetalità rinfrescante ma non acerba.

Etichette che si sono magnificamente disimpegnate anche a tavola, pure le vecchie annate di Alicante e di Franc e non solo generosamente aperte da Marco!, poiché la legittima ambizione di Ampeleia è promuoversi a mezzo dell’enoturismo ed allargare la propria presenza sul mercato interno. Così ha aperto un agri ristoro che lavora prodotti a Km. 0, e li interpreta in una cucina tradizionale ma con un tocco di novità, e una volta tanto non è una frase fatta.

Purtroppo, nonostante la posizione invidiabile, per la vigna e per i visitatori, vedi anche la trina di luci della vicina, graziosa Roccatederighi che si accende al tramonto, ad Ampeleia non si capita, bensì bisogna venirci appositamente. E così il ristoro, aperto su prenotazione, è un coraggioso ma lungimirante investimento di lungo periodo, come la prossima ristrutturazione a scopo di accoglienza dei suggestivi casali sparsi nella tenuta. Piccoli passi, mai più lunghi della gamba, con prudenza e prospettiva insieme.

Ero venuto ad Ampeleia molto più tempo fa di quanto mi piaccia ricordare, quando la mia comprensione del mondo del vino e del portato di valore di un produttore era verosimilmente insufficiente. Nel frattempo l’azienda, dopo un’iniziale esplosione mediatica, ha vissuto un po’ sottotraccia, incrementando intelligentemente il valore della propria proposta con una benefica umiltà, e deviando consapevolmente (allelujah!) verso una cultura biodinamica qui introiettata con una coerenza che vorremmo vedere più spesso.

Anche per la fama di Elisabetta Foradori, l’azienda è associata alla biodinamica, con tutto quel che ne consegue, nel bene e nel male. Leggi il mantra del rispetto della natura, delle operazioni in vigna e cantina che non turbano un equilibrio stabilito indipendentemente dalla presenza dell’uomo. E anche, disgraziatamente, forse a una certa permissività in merito alle caratteristiche organolettiche dei vini che ne scaturiscono, un preconcetto (eccolo!) in merito alla necessità della presenza di certe peculiarità, inevitabilmente amate e odiate, senza mezze misure.

Se avessi aderito a questo sistema concettuale ogni mia impressione durante la visita sarebbe stata inficiata da supponenza o entusiasmo. E tutto quanto avrei potuto ritenerne sarebbe rimasto solo un’amplificazione di discorsi già uditi. Per fortuna sono riuscito ad evitarlo. E così l’anima di Ampeleia si è regalata (oppure mi sono regalato l’anima di Ampeleia). Ho avuto modo di arricchire il mio bagaglio di conoscenze e ricordi. E in tutta onestà, non avrei potuto proprio chiedere di più.

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