Era diventato il suo rifugio abituale: la libreria aperta in una delle vie del centro di Milano, nella strada laterale vicino a sant’Ambrogio che nessuno, preso dalla fretta solita della città,  frequentava in maniera assidua. In effetti, era l’unica attività “commerciale” aperta nella via, se così la si poteva definire, ma di soldi ne giravano pochi, almeno a quanto lei aveva osservato.Il titolare era un uomo curioso all’aspetto: alto, calvo, pizzetto accennato, non bello, ma ricco di fascino e parlantina. Mancava di una voce elegante e profonda, quello sì, sarebbe stato il suo punto di forza indubbiamente, ma rimaneva un piacere poterlo ascoltare quando discettava di argomenti che ben conosceva; d’altronde, passava il tempo a leggere. Lei aveva scoperto per caso quel seminterrato, fiocamente illuminato, una sera di pioggia, quando si era persa in una città che ancora doveva imparare a conoscere e lì aveva trovato rifugio. Si era trasferita a Milano per il nuovo compagno, “volentieri davvero” ripeteva a se’ e agli altri , per staccare dal paesello che non le offriva nessuna possibilità, per fuggire ad una storia d’amore incancrenita che le stava succhiando inutilmente energie, per lanciarsi nel mondo ed il lavoro di barmaid era stato per lei ideale. Odiava i sabato e domenica passati a fare cose “normali”, non sopportava lavorare negli orari consueti, preferiva vivere una vita su ritmi diversi: questo, tra l’altro, le aveva permesso di conservare forte autonomia da lui, abitavano insieme ma si vedevano a malapena una volta al giorno. In libreria amava stare nei momenti più insoliti: era aperta di notte, e questo le tornava a fagiolo dopo il lavoro. Entrava verso le due e trenta, e non erano rari i casi in cui il mattino la trovasse ancora lì. Tutto nasceva in maniera semplice: due chiacchiere, il consiglio di un libro, la lettura che iniziava quasi per scherzo, e poi lo scambio di pareri, il tè delle cinque ( del mattino), quale pausa di riflessione e poi ancora a leggere. Aveva creato una sorta di salottino, con poltrone una diversa dall’altra, tavolini e poi un divanetto in pelle, usato ma non strappato, dietro gli scaffali, nascosto ma raggiungibile. Il libraio  non le aveva mai fatto partire nessuna emozione amorosa, e nemmeno aveva trovato in lui quella sorta di devozione che le era partita su altri soggetti incontrati nella vita, ricchi di fascino e carisma, una sensazione che purtroppo scompariva al mattino, insieme a lei dal letto in cui spesso fuggiva, lasciandoli soli a dormire. Era contenta che con lui le discussioni passassero dal surrealismo e il movimento dadaista, da Martin Heidegger a Henri Cartier Bresson, dalla ricetta della crema in forno alla bellezza dell’ultimo film di Claude Lelouch: era un mondo a parte, ben diverso dall’ambiente che frequentava per lavoro. Era bello vedere però lo spaccato diverso della vita sempre da un lato oscuro e sconosciuto al grande pubblico. Spesso rimaneva sola con lui, in orari pericolosi, ma in un anno mai nessuna avance, nessun atto di galanteria, tanto che si era chiesta se ci fosse qualcosa di sbagliato in lei. Forse era considerata una persona, semplicemente, per la prima volta. Quella mattina aveva fatto più tardi del solito, lui le aveva chiesto di rimanere un attimo a controllare il negozio e si assentò per cinque minuti: torno con un vassoio di 4 piccole bigné, un libro di poesie e una caffettiera fumante. Non era galante ma tanto affettuoso.

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