A cena con Hannibal Lecter. Un’esperienza stimolante, per un gastronomo  che si rispetti: lui è un compagno di avventura inquietante, ma dotato di gusto squisito. E’ attratto dal bello, dal sublime, e indugia nel penetrare la sottile arte della cucina, ritenendola degna di attenzione allo stesso livello della scultura e della pittura. Non parliamo poi dei vini, abituato com’è ai grandi “chateaux” bordolesi o ai sottili profumi dei bianchi alsaziani: sarebbe una sfida divertente cercare di  convincerlo che anche i vini italiani hanno grandi potenzialità. La scelta del locale, a Firenze, non è cosa da poco: innervosirlo può portare a risultati sconcertanti: e se poi il gestore dovesse sparire in maniera poco ortodossa?!
Da dove iniziare? Un primo appuntamento potrebbe essere con il  cervellino di  agnello al burro, cotto a bagnomaria nel cartoccio,  assaporato nel privè del “Cibreo”, lontano da occhi indiscreti. Fra tappeti, candelieri e argenteria, ecco un’atmosfera ideale per suggerirgli di innaffiare il tutto con un ottimo spumante italiano. Poi, approfittando della porta laterale, via di corsa a San Frediano: tappa al “Tranvai” dove, tra sguardi impauriti, sarebbe interessante coglierlo nel momento cruciale in cui azzanna, pardon, addenta le budellina in umido o un pezzo di lampredotto con  verdure. Un semplice vino della casa per accompagnare il tutto, potrebbe risultare forse un po’ deprimente per un gourmet come lui, ma sarebbe sicuramente adatto al tipo di cena. Tavoli ravvicinati, sana confusione, e una bella cortina di fumo sarebbero di certo elementi di colore indispensabili per condire la succosa serata. Il vagare notturno ci porterebbe ancora tra i vicoli stretti e bui di San Frediano , in uno dei pochi locali aperti sino a tarda notte. Le luci soffuse di “Pane e Vino”, l’atmosfera riservata, che ricorda quella di una cantina  essenziale ma fornitissima,  sono i classici elementi che ben disporrebbero il dottor Lecter a provare quei deliziosi datteri ripieni di mascarpone o il  profumato bonet alla piemontese, che, accompagnati da  vini del calibro di un Sauternes o una malvasia passita suggellerebbero una “liason” ideale. E se troppa “carne” al fuoco lo annoiasse? La scelta  quasi obbligatoria potrebbe prevedere la sosta al sushibar del  Porfirio Rubirosa, tra decori minimalisti e grande qualità di pescato. Ma se i delicati sapori del Sol Levante gli lasciassero quel certo languorino…. allora niente di meglio che una capatina veloce veloce  al Targa, non lontano dallo sciabordare  dell’Arno, dove la luna riflessa sul fiume donerebbe una luce sinistra ad un Hannibal Lecter intento a risucchiare con voluttà  uno scampo vivo che ancora si muove ignaro…

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